Sabbia fra le dita

A Lilly
Avevamo pochi anni, io otto, lui dieci.
Ci vedevamo sempre alla scuola elementare. I bambini più grandi erano veloci a prepararsi e a fuggire via mentre noi, più piccoli e impacciati, maldestramente c’infilavamo cappotti e cappelli.
L’aria di quella scuola era triste, grigia e pesante. E ogni giorno all’ora dell’uscita, lui, il bambino della classe quinta, passando mi levava quell’addobbo imbarazzante che era il passamontagna. Non lo indossava nessuno, soltanto io. Calzettoni, gonna corta, gambe bluastre per il freddo, frangetta tagliata male e passamontagna! Ero veramente ridicola!
I giorni passavano in quella scuola che odiavo e non sentivo minimamente mia. Pian piano l’incubo pomeridiano si trasformava in un gesto che attendevo e che suscitava ogni giorno di più la mia simpatia…
Alla fine, non ricordo come, diventammo amici inseparabili.
I nostri orari cambiarono con il suo passaggio alla scuola media, aveva i pomeriggi liberi, io ero sempre impegnata. Ma ogni giorno, all’uscita dalla scuola elementare lo trovavo lì ad aspettarmi, con la sua bicicletta arancione sbiadito. Non mancava mai. Gli altri bambini avevano i genitori o i nonni ad attenderli e io avevo sempre lui, il mio amico del cuore. Gli anni passavano e noi crescevamo. Trascorrevamo, in inverno, poco tempo insieme, per via della scuola, ma le estati erano sempre nostre, dai prati alla piscina, dalle canzoni al pallone. Ancora oggi sento i rumori e i profumi di quelle assolate giornate lontane.
Eravamo molto diversi. Lui aveva una famiglia “normale”, io una povera e piena di problemi. Lui sempre perfetto, in ordine, curato, io un disastro sotto ogni profilo. Ma non è mai stato importante.
Entravamo in quella fase della vita che gli adulti chiamano adolescenza. Il mio corpo cambiava forme, si modellava, il suo, nonostante avesse un paio d’anni più di me, rimaneva sempre uguale. Ma anche questo non era importante.

Poi le prime storie, le mie e le sue. Tristi e difficili.
La fine della scuola superiore ed il lavoro. Per lui si prospettava la carriera in banca. Anche se ne conoscevo tutte le debolezze, non ho mai dubitato delle sue capacità. Aveva stile ed era preparato, n’ero certa. Per me, come sempre, tutto sembrava più difficile, ma in lui trovavo sempre conforto.
Poi il mio matrimonio e le strade della vita che, per un certo periodo, andavano lontano da lui… Sapevo solo che nella sua vita c’era stata una frattura, qualcosa d’improvviso che aveva modificato tutto: si era trasferito in Inghilterra, per studiare l’Inglese, diceva la gente.
Più nulla. Nessuna notizia, solo il silenzio, ma la vita, si sa, continua…
All’improvviso, il ritorno. Davanti a me non più il ragazzino con lo sguardo dolce, smilzo e piccolo, ma un uomo fatto, pieno di muscoli, alto e serio.

La nostra amicizia riprendeva dal luogo esatto in cui era stata interrotta, sembrava che nulla fosse cambiato. Lui viaggiava dall’Inghilterra all’Italia. Mi raccontava di com’era riuscito a prendere la decisione di “mollare tutto”: la veloce carriera che aveva intrapreso in banca ed i favolosi guadagni, la sua terra e la sua famiglia… Raccontava, ma l’impressione era che qualcosa, fra le righe, fosse taciuto. Diceva cose strane sul valore della vita, delle amicizie, trascorreva ore intere a ricordare i felici pomeriggi della nostra infanzia, sembrava cambiato….
Eppure adesso aveva avuto quello che da sempre aveva cercato, poteva viaggiare e conoscere il mondo, aveva potuto studiare l’inglese, aveva realizzato i suoi sogni. Ma perché l’aria attorno era triste, pesante, piena di rimpianti?
Ogni tanto si ammalava, in pochi mesi più volte non si era sentito bene. Forse voleva dirmi qualcosa oppure ero io che sentivo una strana sfumatura nella sua voce….
Non capivo.
Proprio perché non capivo, un sabato pomeriggio chiese di potermi vedere. Da sola.
Disse poche parole, l’aria era gelida, il momento solenne. L’odore della paura. La verità era qui, adesso, cruda, fredda, quella verità per mesi taciuta.
Condannato a morte.
Solo, forse, sei mesi di vita. Era lui, lì davanti a me, che raccontava quest’assurda ed irreale malattia. Il coraggio, la forza, la dignità di quel momento… Le lacrime a stento trattenute, i ricordi che si affollavano, la mente che cercava di fuggire. Frantumi di sogni… Non era possibile capire…. La voglia di non sentire, di fuggire, di urlare, di piangere…

Sei mesi di atroci sofferenze, lontano dal mondo, lontano dalla gente che non sapeva o non voleva sapere. La vita scivolava via lentamente ed inesorabilmente, ogni giorno una battaglia contro il dolore, nella totale negazione della speranza. Ricordo nitidamente l’ultima volta che l’ ho visto vivo, non era più lucido e presente, ma si preoccupava ancora per me. Mi ha fissato un appuntamento, per quel sabato pomeriggio, come sempre.
Ci siamo visti quel sabato, per l’ultima volta, al suo funerale…

Ora mi chiedo quante sono le persone con le quali dividiamo un pezzo del nostro cammino, quante ne incontriamo, quante ne perdiamo o dimentichiamo nella nostra pazzesca corsa…
Quale valore diamo loro, come utilizziamo il tempo che ci è concesso?
Forse il nostro tempo è prezioso e preziose sono le persone con cui dividiamo l’avventura della vita. Troppo spesso non è possibile tornare indietro….

Umilio Patrizia