Villa Caccia domina Romagnano dall’alto, tra la vegetazione del suo grande parco. Sorta sulle tracce di un convento cappuccino, fu trasformata negli anni Quaranta dell’Ottocento da Alessandro Antonelli in una residenza neoclassica per i Conti Caccia di Romentino. Luogo di villeggiatura e produzione vinicola, venne abbandonata come dimora negli anni Quaranta del Novecento e poi destinata ad uso scuola pubblica. Ceduta al Comune nel 1983, con 23.000 mq di parco, ospita dal 2006 il Museo Storico Etnografico.
Nell’aula scolastica ricostruita al Museo si ritrova l’atmosfera della prima metà del Novecento: banchi di legno inclinati, piccoli quaderni, qualche lavagna e la penna con il pennino da intingere nel calamaio incassato. L’allestimento permette di rivivere un tempo in cui la scuola era rigorosa, essenziale, scandita da gesti quotidiani rigorosi che hanno segnato la formazione di generazioni.
Durante la Settimana Santa, quando le campane tacciono, l’inizio delle celebrazioni del Venerdì Santo veniva annunciato dal fragore delle tinebre, strumenti interamente in legno usati nella tradizione religiosa locale. Composte da una tavoletta con manico e un martelletto incernierato, producono un crepitio intenso quando vengono agitate. Il loro suono, rumoroso e caratteristico, serviva a svegliare gli abitanti e a segnare l’avvio dei riti.
“Avere del buon tempo” indicava chi poteva dedicarsi ad attività futili, in un’epoca in cui l’identità delle persone coincideva con il proprio mestiere. Nel museo vengono mostrati gli ambienti o gli attrezzi del lavoro di una volta, come, ad esempio, il fabbro, lo stagnino, il carradore: nomi che evocano un mondo artigiano in cui tutto era prodotto e riparato a mano. Gli oggetti tornavano più volte nelle botteghe per essere aggiustati e riutilizzati fino all’usura. Il Museo racconta questo universo fatto di abilità, fatica e continuità.
La vite è la protagonista del paesaggio collinare. Al Museo spicca un torchio a trave di 13 metri, testimonianza della lunga tradizione vinicola locale. La Cantina di Villa Caccia illustra il percorso dalla vigna alla bottiglia: brente, botti, tini, sgrappolatrici e attrezzi che accompagnavano la produzione del vino e della grappa. Una passione radicata, capace di trasformare il territorio e di raccontare il lavoro dei Conti e delle comunità rurali.
Tra i rari momenti di pausa dal lavoro, gli uomini trovavano nell’osteria un luogo di socialità: un bicchiere di vino, una partita a carte, conversazioni che rinsaldavano amicizie e alleggerivano le preoccupazioni quotidiane. L’osteria era spazio di incontro e condivisione, semplice ma essenziale nella vita comunitaria. Al Museo, l’allestimento permette di immergersi in quell’ambiente: il bancone di legno, le vecchie etichette, le bottiglie e i tavoli, un piccolo salto nel passato.