Il Brich di Zumaglia...

 

 

 

 

...e le sue leggende.

Le leggende legate al Brich di Zumaglia, e al castello che vide tra i suoi abitanti il crudele vescovo Giovanni Fieschi (1348-1384) e l'ancor più crudele Filiberto Ferrero Fieschi (XVI secolo), sono davvero tante.

Alla morte di Filiberto Ferrero Fieschi un diavolo, nascosto da giorni accanto al letto in attesa che spirasse, ne fece scomparire il corpo e l'anima in una voragine di fuoco che si era aperta all'improvviso.

Si racconta che, nelle notti di plenilunio, al viandante che dalla strada sottostante guarda in alto, appare una capra dalle lunghe corna, che saltabecca paurosamente fra i ruderi e i rovi: che sia l'anima senza pace di uno dei due crudeli abitanti del castello?

 

Si narra anche di una diabolica lavandaia che, durante i temporali, apparirebbe per stendere il suo interminabile bucato, quasi a voler significare come la pioggia debba lavare il sangue fato spargere dai crudeli abitanti del castello.

Non mancano, ovviamente, le macabre danze notturne delle "masche", con i loro riti terribili e crudeli. Unica nota "allegra", gli gnomi che durante la notte si divertono a tagliare le chiome alle  ragazze di Zumaglia.

 

 

 

 

 

 

Il "sepolto vivo"

Si racconta che nel 1537 Filiberto Ferrero Fieschi fece rapire e rinchiudere in una cella dalla porta murata il gentiluomo Giovanni Pecchio, catturato mentre si recava a cavallo da Vercelli alla sua tenuta di Asigliano. Si trattava di una vendetta del Ferrero contro il Pecchio, che aveva fatto eseguire, in qualità di pubblico ufficiale, una sentenza di carattere finanziario. Venne sparsa la voce che il gentiluomo fosse stato ucciso dai ladri dopo l'aggressione e la conseguente rapina, e il marchese non esitò ad accusare come colpevoli due poveracci, strappando loro una confessione con la tortura, e facendoli impiccare nonostante fossero innocenti.

Giovanni Pecchio, dopo quasi 18 anni di prigionia, venne liberato nel 1554 dai Francesi, giunti a Zumaglia per cacciare il Ferrero. Le milizie visitarono il castello da cima a fondo, quando ad un tratto udirono un lamento provenire da un sotterraneo. Abbattuta una porta murata, trovarono il Pecchio, ridotto ormai ad una larva, seminudo e magrissimo. I Francesi riuscirono a fatica, dalle poche parole sconnesse del prigioniero, a ricostruire la sua storia.

Purtroppo Giovanni Pecchio non sopravvisse a lungo a tante sofferenze. La leggenda dice che i suoi familiari non lo vollero più riconoscere, anche perché la moglie si era nel frattempo risposata. In realtà la moglie era morta durante la sua prigionia e il Pecchio dovette lottare per poter riavere il proprio patrimonio, che nel frattempo i figli avevano venduto o sperperato.

 

 

 

Stefania Nardi - luglio 2003