Racconti e poesie

Racconti brevi, aforismi e poesie scritti da autori biellesi

Racconto di Natale

dicembre2004

L’androne è semibuio, la piccola lampadina gialla e nuda non riesce che a far scorgere pochi foschi particolari e lunghi profili di ringhiere e scale proiettati sulle pareti un tempo bianche e ormai scrostate. Qualche macchia di muffa qua e là passerebbe quasi inosservata se non fosse per l’odore pungente che la tradisce colpendo le narici di Giulio che entrato di corsa dalla strada, si scrolla la pioggia che ha sull’impermeabile sdrucito, sbattendo forte i piedi sul pavimento grigio asfalto.

Il rumore del percuotere rimbomba per l’antro alto e stretto fino ai piani alti di quella casa popolare. Giulio sposta lo sguardo sulle cassette delle lettere di legno logoro ma ancora dignitoso, il vetro riflette l’azzurro dei suoi occhi che scrutano l’etichette ingiallite alla ricerca di un cognome noto. Si passa una mano sui lunghi e scuri capelli fino a lisciarsi la barba poco curata e sorride pensando che in fondo sapere chi abita lì non è poi così importante.

Lentamente si volta e sale il primo gradino, in quello stesso istante, al primo piano, una porta si apre con violenza e viene richiusa con altrettanto furore. Frettolosi si sentono i passi di chi sta scendendo di corsa, passi accompagnati da imprecazioni per niente velate, in un dialetto che non è quello di Giulio ma che comunque lui capisce benissimo. L’individuo lo sfiora sul primo pianerottolo senza nemmeno curarsi di lui quasi non lo vedesse o non esistesse e continua la sua rabbiosa discesa fino a far rimbombare i suoi passi nell’androne e dopo aver nervosamente trafficato sulla maniglia del portone finalmente lo apre ed esce sbattendo pure quello dietro di sé.

Giulio attende che l’eco di tutta quella furia si quieti e le scale tornino alla neutra tranquillità di sempre, poi, lentamente riprende a salire. Arrivato al primo piano si trova di fronte a tre porte, tre appartamenti. Accanto alle porte di legno laccato marrone scuro c’è un campanello di ceramica bianca col pulsante rosso di lato ed a fianco un’etichetta con il nome di chi occupa i locali. Senza leggere alcunché Giulio bussa alla prima porta, più lucida delle altre e con una bella targa di ottone sul lato sinistro che fa bella mostra di sé e del nome che vi porta inciso, dopo qualche secondo accosta l’orecchio all’uscio ma non sente nessun rumore all’interno, la sua mano destra dalle lunghe e affusolate dita si posa sulla maniglia di ottone a buon mercato e l’abbassa senza tuttavia ottenere l’apertura della porta che è chiusa a chiave, a lui sembra di sentire che una presenza all’interno ci sia, forse qualcuno che non si vuol far trovare.

Si sposta di fronte alla seconda porta e anche lì bussa educatamente. Senza doversi avvicinare con il viso per ascoltare, sente all’interno una radio accesa che diffonde una canzone che da lì fuori dove lui si trova è incomprensibile, sembra quasi cantata in una lingua sconosciuta. Dall’interno dei passi si avvicinano all’uscio – “Chi è?” – domanda una voce maschile, un poco rauca e scocciata. Giulio si aggiusta l’impermeabile – “Sono io” – risponde – “Io chi?” – replica chi sta all’interno non riconoscendo la voce – “Io” – afferma con disarmante sicurezza Giulio. La porta si apre, appare un uomo in canottiera che fa volteggiare fra incisivi e canini uno stuzzicadenti. Lo squadra dalla testa ai piedi e vedendo la mano destra di Giulio aperta come a chiedere l’elemosina esclama un – “Ma va affan….” – Sbatte l’uscio in faccia a Giulio che rimane lì a sentire i piedi dell’individuo strascicare le ciabatte altrove.

Giulio si volta verso l’ultima porta rimasta e prima di bussare tende l’orecchio per ascoltare se ci sono dei suoni familiari. Un vociare di bimbi lo raggiunge e anche le suppliche della mamma perché stiano un poco calmi, il tutto lo fa sorridere. Alza il pugno destro e le nocche sbattono contro il legno più consunto delle altre due porte – “Chi è” – risponde all’interno una voce femminile senza nemmeno avvicinarsi alla porta – “Sono io” – risponde Giulio – “Io chi?” – chiede dall’interno la voce tradendo una punta di curiosità – “Io” – questa volta non riceve brutte risposte Giulio ma un – “E che vuoi?” – “Entrare” – continua il dialogo Giulio – “Entrare? E per fare che? Che vuoi?” – ora la voce si fa preoccupata – “Vorrei un poco di latte se ce l’hai e un panino magari, Maria” – risponde sicuro e tranquillo Giulio.

Maria avvicina l’occhio destro allo spioncino e vede il giovane alto con i lunghi capelli scuri, la leggera barba, i suoi occhi dolci ed i vestiti poco curati – “Non ti conosco, mi dispiace. Vattene o chiamo qualcuno” – “Ti sbagli Maria, mi conosci”- replica Giulio e senza attendersi altro rinuncia a salire verso i piani superiori e lentamente a capo chino ridiscende le scale, apre lentamente il pesante portoncino e lo richiude dolcemente dietro sé. Uscito in strada si alza il bavero per proteggersi dal freddo che lo investe e pensa – “Gli esseri umani. Sono secoli che mi festeggiano ogni venticinque dicembre ma raramente quando mi incontrano mi riconoscono” – Con le spalle un poco curve e l’andatura ciondolante, si allontana mescolandosi fra la gente.

Maurizio Di Dio Busa

UNA “BOMBA” ROSSA

febbraio2004

E’ lì davanti a me. Fuma. Emana un profumo inebriante. Rossa come piace a me, estremamente invitante. Che bomba.Una sferzata di energia. Per quanto a lungo la guardo non mi stanco di farlo. Non sapevo di essere così fragile, di innamorarmi pur non volendo. Difficilmente resisterò ancora a lungo, chiunque può vedere la libidine nei miei occhi. Sono fatto. Non pensavo di avere un lato così debole da perdere ogni freno. Mi fa un effetto strano, addirittura mi borbotta lo stomaco. Per quanto cerco di trattenermi, non ci riesco. Più tento di arginare il mio impeto e più sale su per la gola fino alla bocca la voglia di chiamarla, anche solo per sentire il suono del suo nome uscire dalle mie labbra. Difficilmente mi capiterà un’altra occasione così ed invece…..l’ho persa.
E’ proprio vero “ogni lasciata è persa”, e pensare che mi era stata offerta su di un piatto d’argento. E non ci potrà nemmeno essere una prossima volta, perché la vedo andarsene per mano di un tipo senza classe, lo si vede dal cappotto che indossa e dalle sue rozze mani.

Se la mangia con gli occhi, se la porta al suo tavolo, le riserva il posto a sé più vicino su quella tavola imbandita. La guardo per l’ultima volta, presto, prestissimo, non la vedrò più, mai più. Ecco l’uomo che l’ ha conquistata, si porta la forchetta alla bocca per l’ultimo boccone e poi……. se la sarà portata via per sempre, dentro di sé, nel suo stomaco. Spero che gli vada per traverso, giacché il cameriere dietro al banco del self-service l’aveva già offerta a me, e lui, spintonandomi, aveva allungato per primo la sua mano, sottraendomi il mio primo piatto: una fantastica spaghettata al pomodoro.

Maurizio Di Dio Busa

Un’esplosione nella notte

gennaio2004

Tre solitarie figure si muovono con circospezione.
Intorno a loro la notte è gelida, per buona sorte una luna grossa e piena non li lascia al buio.
-“Tu ci credi?” esclama l’uomo con la pelle d’ebano
”Io devo crederci!” risponde il suo compagno col mento ornato da una folta, nerissima e ben curata barba
-”E tu?” rivolto, con un sorriso che la pelle così nera fa sembrare così bianco, verso un altro compare
-“Io lo so” risponde il terzo uomo aggiustandosi il copricapo per non sentire troppo il freddo.

Il cielo orientale sopra di loro è così carico di stelle da far impallidire le luci di qualsiasi sfavillante città.

– “Il freddo si fa pungente… andiamo allora….il piano lo conosciamo ormai bene tutti e tre vero?”
Senza aspettare risposta, l’uomo dalla pelle scura s’incammina ed il rumore dei suoi piedi, sui frammenti di selci di quello che forse un tempo poteva essere stato un sentiero, scandisce i suoi passi ai quali fanno eco e coro il rumore del cammino dei suoi compagni.

– “Il piano? “ – pensa fra sé e sé l’uomo barbuto – “Noi non abbiamo un piano, stiamo andando allo sbaraglio” – ma senza dir nulla continua a camminare.
– “Un piano?…” – pensa l’uomo col capo coperto – “non sapevo che ne avessimo uno, io so solo che ci è stato detto di procedere in questa direzione fino a raggiungere l’obiettivo, di non ascoltare nessun altro ordine se non quello di arrivare al bersaglio e che questo ci sarebbe stato segnalato al momento opportuno” – scuotendo la testa torna ad ascoltare il rumore dei suoi passi sul selciato come compagnia dei suoi pensieri.

All’improvviso, l’informe ombra nera di un folto gruppo di soldati si staglia all’orizzonte di fronte a loro.

– “Presto….svelti… cambiamo direzione, non dobbiamo né farci trovare né scontrarci con loro, li dobbiamo semplicemente evitare” – pelle d’ebano fa segno agli altri di seguirlo e i tre si mettono a correre in direzione opposta ai soldati. Corrono come possono ingombrati dalle bisacce che portano sulla schiena e intorno alla cintura.

Senza essere visti, superato un leggero colle, scorgono ai piedi di quest’ultimo una piccola folla radunata come in difesa di un basso edificio circondato da un blando recinto.
Improvvisamente nel cielo una luce abbagliante solca il nero della notte sopra le loro teste. Sembra raggiungerli, colpirli. Tutti e tre si gettano a terra, le mani sopra la testa, la faccia nella polvere,il cuore in gola e gli occhi al cielo. Le orecchie tese a sentire il passaggio della scia, la luce li raggiunge, sibilando, facendoli tremare di paura, li supera e punta sull’edificio terrorizzando la piccola folla. Ma invece di esplodere si ferma a mezz’aria, sospesa, poi come venuta svanisce senza lasciare traccia di sé.
I tre si alzano spolverandosi i vestiti e sospirando. Tutti e tre avanzano verso la gente, aprono il loro carico. Il gruppo di persone è allarmato, Gaspare si liscia la barba e sorride agli altri due. Aprono le loro bisacce e prendono il carico dalle loro cinture, gli uomini e le donne presenti li guardano intimoriti. I tre depositano a terra i loro doni. Baldassare e Melchiorre sussurrano “Siamo arrivati”. E la notte si anima.

Maurizio Di Dio Busa

MORTE APPARENTE

febbraio2003

Era lì davanti a me con l’aria di chi volesse interrogarmi. La mia, era, una comune panchina dei giardini pubblici, di metallo, verde, fredda e dura. Lì seduto ogni giorno aspettavo l’autobus, ma non uno in particolare, li aspettavo tutti. Poi, quando anche l’ultimo cassone, giallo o blu che fosse, ciondolante e sbuffante, spariva nella notte, mi preparavo per dormire. Quel giorno ero preda di una strana sensazione. A volte non so più se è mattina o pomeriggio, allora mi obbligo a fermare caotici pensieri per far mente locale e capire quale momento della giornata sto vivendo. Credo fosse mattino, perché la panchina dove passavo le mie giornate e, d’estate anche la notte, è rivolta al tramonto e in quel momento potevo fissare il ragazzo negli occhi senza che il sole mi desse fastidio. Gli occhi erano azzurri, le sopracciglia sottili e delicate come i tratti del volto, nere come i suoi capelli. Avevo davanti questa figura dinoccolata, trasandata come la mia storia, con la mano tesa a chiedermi qualcosa. Qualcosa a me, a me che non avevo. Non potevo nemmeno dargli un ricordo, né un futuro. Negli ultimi tempi, i miei ricordi non andavano più indietro di un giorno e, il mio futuro mai più avanti di un paio di minuti. Possedevo solo due bignè, presi in un bar. So che mi fanno male ma ho un rapporto morboso con i dolci, li devo rubare. Non provo nessuna colpa nel compiere questo gesto perché ci sono costretto. Forse però, una cosa la potevo dare, forse potevo fargli capire che non doveva diventare uno schiodato, solo, come me. Allora decisi di provarci. Lo fissai e con lo sguardo cercavo di trasmettergli calore, amore, tenerezza. Lui sembrava non vedermi nemmeno. Capii subito che la causa era una donna, come lo era stata per me. Poi l’insofferenza alle cose quotidiane, la perdita degli amici, l’alcool ed ora lì, il parco. Fra bimbi scorrazzanti, mamme e carrozzine cigolanti, nessuno si accorgeva di te, non più di tanto, se non per allontanarsi, ognuno nella propria indifferenza, ben attenti a non impegnarsi troppo in qualche “Serve qualcosa?” “Si sente bene?” “Come va?” “Ehilà”. Improvvisamente, puntandogli il dito contro, gli chiesi “Che cosa stai facendo?” “ Perché sei qui?”. Lui ingigantendo gli occhi e inspirando profondamente quasi si scusò, ma non capii le sue parole perché farfugliò più che dire. “Accidenti ragazzo ma non la vedi la fine che stai facendo? Guardami” Nulla. ” Non rimanere lì a fissarmi come se vedessi il nulla. Guardami” Niente. “Dai, scuotiti! Senti, ti do questo ……” Annaspando cerco nella tasca, la mia mano incontra pezzi di tabacco e grumi di polvere mescolati con fili di tessuto. “Ecco tieni” Tiro fuori un biglietto malconcio ed unto. “Ecco! Qui è scritto dove ti possono aiutare, vai ragazzo non restare qui nel parco”. Niente, non si muove, prende e rimette il biglietto in tasca. I nostri sguardi si toccano, un brivido, i suoi occhi riflettono i miei. Guardo la quercia antica alle mie spalle, la guardo perché m’infonda calma. Raccolgo una pietra e gliela scaglio contro, lo colpisco lì, ad una gamba. Lui, si scansa appena toccandosi con le lunghe dita il polpaccio dolorante. “Vecchio bastardo” gli sento dire. Finalmente. Il vento si è alzato e le fronde della quercia si agitano. Nubi. Le sue movenze mi convincono che l’alcool non gli basta più. Mi alzo, mi avvicino minaccioso, le narici dilatate. Lui non si muove, rimane li, mi aspetta in un vacuo sorriso che scopre denti già ingialliti dal fumo. L’odore della terra mi annuncia che sta per piovere, stanotte dovrò cercare un buco alla stazione.Mi fermo vicinissimo a lui, le mani tremanti, ho un’idea, per mandarlo via per farlo sparire, per non vederlo più. Spero che i cessi alla stazione non siano intasati, non sopporto la puzza di latrina, non

riesco a dormire. Devo stare attento ai movimenti, fare in modo che non si accorga di nulla. Ho un vantaggio su di lui, non conosce le mie intenzioni. Se i carabinieri faranno una retata, magari, invece che alla stazione dormo in cella. La mia mano ritorna nella lurida tasca. Fruga. Trova il metallo.Stringo la lametta fra le dita. Se finisco in cella, spero d’essere solo, l’ultima volta con me c’era un pederasta. Sono vicinissimo al ragazzo. E se finissi in cella con un maniaco? Era già successo ad un ubriaco l’anno scorso e il malcapitato aveva fatto una brutta fine, il maniaco l’aveva fatto a pezzi, il più grosso come una fetta di mela. Può sentire il mio alito sul collo. Il cielo è di ghisa. Lui è sempre fermo ad aspettare. Secondo me ha capito. Piove. Non voglio andare alla stazione, non voglio andare in cella. La mia mano scatta, colpisce. La lametta taglia, incide la pelle, la trova più molle del previsto, un fiotto di sangue dal collo corre giù per la manica, m’imbratta il già lurido impermeabile, scivola a terra unendosi alla pioggia in un rigagnolo rosso scuro. Non sento dolore, la vita mi lascia senza farmi male, male come ha fatto finora. Ho appena la forza di stendermi sulla panchina, nel parco, solo, come sempre. Il mio pensiero si spegne. I miei occhi azzurri si chiudono. I miei capelli corvini si adagiano su di un cuscino di carta impiastricciato da colla di pino e cronaca nera. Ho seguito il tuo consiglio, vecchio balordo, sto andando in un posto dove forse troverò pace e comprensione. Gli autobus continuano a passare con il loro carico ciondolante e sbuffante, le carrozzine con le mamme se n’erano già andate al primo accenno di pioggia. “Quello era matto!” “ Parlava sempre da solo” “ Oggi poi gesticolava, urlava, come se stesse litigando con qualcuno.” “ Forse stava bisticciando con la morte”. La gente che passeggiava nel parco aveva di che chiacchierare. La quercia umida e smarrita era sempre là. Quanto tempo era trascorso? Le gocce mi bagnano la bocca, la saliva fatica ad inumidirmi la gola. Per aprirsi gli occhi sollevano un macigno. Il battere meccanico dei secondi dell’orologio appeso alla parete ha perso ogni senso, il crocifisso di fronte mi fa capire che non mi trovo in paradiso. Il cervello schizza sbattendo da un lato all’altro della testa, i pensieri si mescolano, strepitano, s’accavallano, poi uno spillo mi trafora il cranio ed è il silenzio, la pace, ricado in coma. “Ce la farà, è una pellaccia” L’anziano dottore che mi stava bagnando le labbra, era fiducioso. Una giovane donna, dentro ad un elegante “tailleur” color panna, era lì in piedi, che aspettava questa notizia. “Per fortuna gli hanno trovato in tasca quel biglietto con l’indirizzo e ci hanno chiamato subito – disse – la nostra associazione ha uno schedario di quasi tutti i senza casa della città, che elenca le loro abitudini, le eventuali droghe assunte e tutti i dati medici possibili”. “E’ stata una fortuna per lui – riprese il medico – altrimenti, non avremmo saputo che era diabetico e probabilmente l’avremmo ucciso anche noi, anziché salvarlo”. Era la prima Domenica d’aprile, tre giorni esatti dal mio ricovero. Il terzo giorno da quel mattino in cui si era materializzata davanti a me l’immagine di quand’ero ragazzo. In quel preciso momento ho visto le mie delusioni, le amarezze, le scelte sbagliate, il tunnel in fondo al pozzo in cui ero caduto. Non ho avuto scampo. L’ospedale si trovava di fronte al parco. In una delle sue asettiche stanze, il sole lambisce discreto i piedi del letto. Io, steso, inclinato su quel giaciglio, collegato con variopinti fili a scatole metalliche, respiro a fatica. Tra i tubicini trasparenti e le altane con i flebo riesco ad intravedere, di là della strada, il viale con la mia panchina e la quercia. Non so se ci tornerò più.

Maurizio Di Dio Busa

NoDoKa

dicembre2002

“NoDoKa, dolce gattina con gli occhi azzurri cerca gattino per accasarsi”

Gli occhi di Maurizio rilessero di nuovo la riga pubblicata negli annunci matrimoniali del giornale della sua città. La scorsero un’altra volta, e poi ancora; la mente si mise in moto ad elaborare dati e sensazioni. I pensieri correvano battendo da una parete all’altra del cervello
– “mmhhh… Nodoka è un nome giapponese che tradotto in italiano significa mite…”

Lui era un amante del Giappone e amava le giapponesi
– “..una giapponese con gli occhi azzurri… molto intrigante”.

Questa era la sintesi di tutte le sue elucubrazioni mentali. Dette una scossa al giornale come per vedere se le vocali e consonanti stampate restavano al loro posto o se cambiavano posizione, allungò le braccia stirando il giornale e per l’ennesima volta rilesse. Si convinse che era vero e questa volta lesse anche l’indirizzo: via dei Palli,17. Non c’era telefono.

– “Deciso” disse fra sé e sé Maurizio, “domattina si va in via dei Palli,17”.

Si fregò le mani e subito si mise a pensare con cura alla scelta dell’orario. Né troppo presto, per non sembrare rompiscatole di buonora, né troppo tardi per non sembrare un dormiglione. Decise che le nove e trenta poteva andar bene. Meglio: scelse le nove e ventisei per dare un tocco di casualità all’orario. Poi pensò al vestito né troppo elegante, per non mettere imbarazzo, né troppo “casual”; per non sembrare disordinato. Scelse d’indossare giacca, pantaloni, camicia e cravatta il tutto di taglio sportivo, poi… tolse la cravatta per dare un tocco di casualità all’abbigliamento. Un mazzo di fiori…. e certo ci voleva un mazzo di fiori. Rose rosse? No troppo da innamorati. Orchidee? No troppo impegnative, Scelse un mazzo di gigli bianchi senza farli confezionare ma avrebbe tenuto semplicemente il mazzo in mano. Li legò solo con un piccolo nastrino rosso per dare un tocco di casualità al gesto. Ora bisognava pensare alla prima frase da pronunciare appena giunto.

– “Salve sono il gattino”. No, no troppo spinto, “Buongiorno, sono qui per la gattina”. No, no troppo banale”.
– “Ho letto l’annuncio sul giornale e…” potrebbe andare, ma aggiunse “stavo leggendo l’annuncio sul giornale, passavo di qua e..”; per dare un tocco di casualità a tutta la cosa.

E finalmente venne mattino. Maurizio, elegante e sportivo, con il suo bel mazzo di gigli e con un sorriso che andava da un orecchio all’altro arrivò in Via dei Palli,17. Un’entrata sola. Un campanello solo. Senza piastrina con il nome, ma siccome era l’unico campanello, Maurizio suonò e un trillo allegro rispose al pigiare del suo dito e rimbombò dentro all’androne della casa. Apparve una vecchina sugli ottanta.
– “Speriamo non sia lei” pensò subito Maurizio, anche se guardandola negli occhi li scoprì azzurri. Ma ormai era lì e tanto valeva andare fino in fondo e disse:
– “Passavo di qua mentre legg…” l’anziana donna lo interruppe dicendo: “E’ per Nodoka?” e senza aspettare risposta gli disse “Venga, prego mi segua”.

Maurizio la seguì, attraversarono l’androne che gli rimandò l’eco dei suoi passi ed entrarono in quella casa che sapeva di pizzi e merletti. Arrivati nel soggiorno la vecchietta gli fece cenno di accomodarsi e gli disse di attendere. Maurizio pensò: “Sarà la governante o la tata” e si sedette su una poltroncina di velluto rosso con le gambe corte corte rimanendo in attesa tormentandosi le mani, mentre il suo cuore aumentava i battiti.

– “Si pronuncerà Nòdoka, Nodòka o Nodokà? Parlerà italiano? Sarà alta o piccola e minuta? Avrà una bella voce o l’avrà stridula?” mentre ancora si dilettava nei quesiti che gli facevano aumentare il desiderio di conoscere al più presto la sua giapponesina, apparve felice la vecchia ed esclamò: “Eccoci qua”. Maurizio alzò lo sguardo ma vide solo lei. Poi guardò meglio e scorse in braccio alla veneranda madama, una splendida gattina siamese con gli occhi azzurri, con una catenella intorno al collo che reggeva un minuscolo lembo di pizzo con ricamato il nome: NoDoKa. Poi l’anziana signora affettuosamente si rivolse alla gatta e disse stropicciandogli il musetto”

Hai visto che anche se il giornale ha sbagliato a pubblicare l’annuncio nella rubrica cuori solitari invece che nell’offresi cuccioli, un padroncino lo hai trovato lo stesso?”

Maurizio, per dare casualità alla cosa, offrì i fiori alla nonnina. Poi prese in braccio la piccola gattina accarezzandola e se la portò con sé.

Maurizio Di Dio Busa

Mi salverò

maggio2002

Sono terrorizzato, accovacciato dietro a quelle alte sbarre di legno che mi tengono prigioniero, mi muovo a stento. La gola mi brucia, non riesco ad emettere nessun suono, nessuna invocazione di aiuto, la mia mamma probabilmente è vicina, ma non riesco a chiamarla, sono ormai ore che sono lì e ho anche tanta sete, non riesco a muovere i muscoli, probabilmente nella caduta mi sono fratturato qualche osso, ma tutto sommato non provo dolore. Visto che non riesco a muovere nessuna parte del corpo tranne la testa, cerco di spingere quell’enorme cancello per liberarmi ed uscire ma è troppo pesante da poter essere mosso con la sola forza della testa. Mi rassegno per un po’ cercando di riordinare le idee, ma sono ancora troppo giovane per conoscere tutti i trucchi per cavarmela in situazioni del genere, se si fosse mio padre, lui sì se la sarebbe cavata in qualche modo, magari spingendo con i piedi, lui ha i piedi molto grandi . Una formica si avvicina, se arrivano le formiche sono finito, ho paura che possano mangiarmi, no ma che dico, prima che lo facciano le schiaccio tutte. All’improvviso un rumore assordante, l’abbaiare di un cane vicino, vicinissimo, è sopra di me, per fortuna il cancello di legno che mi tiene prigioniero non gli permette di acchiapparmi. Il mio fragile corpicino trema tutto investito dalla potenza della sua voce. Sto per soccombere, il cane

spingendo ripetutamente il cancello mi ha schiacciato contro al muro ed ora il dolore si fa sentire. Alzo lo sguardo al cielo per recitare le mie ultime preghiere al creatore, ma guardando in alto vedo la mia mamma che mi chiama disperata, certo lei non può intervenire, non ce la farebbe mai con un cane così grosso, la sbranerebbe subito, con un grido disperato la mia mamma mi incoraggia a scappare da lì, a tentare, e proprio per colpa del mio primo tentativo che sono finito lì. Mi concentro, è la mia unica speranza, sento che qualcosa si muove, i muscoli carichi di adrenalina rispondono, il cane continuando ad avventarsi contro al cancello lo ha spostato di quel tanto che mi permette di muovermi, allargo il più possibile i miei arti e pregando li sbatto con violenza contro l’aria, saltello, mi alzo, saltello nuovamente e di nuovo mi alzo e ricado. Spaventato, stordito, sento l’alito della fauci del cane vicinissime chiudo gli occhi e prego, continuando a sbattere e saltellare, ed ecco il miracolo, vuoi per le preghiere vuoi per la forza della disperazione ma mi sto alzando prima lentamente e poi velocissimo sfuggo dal povero cane che dopo pochi metri è già lontano ad abbaiare contro il cielo laggiù in basso ormai sono vicino alla mia mamma che canta felice e con lei volteggio, cabro, viro, picchio verso terra e m’impenno su nel cielo, felice di essere un colombo al suo primo volo e che ha appena scampato la morte.

Maurizio Di Dio Busa

  • biella
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