Racconti e poesie

Racconti brevi, aforismi e poesie scritti da autori biellesi

ON THE ROAD

febbraio2001

Vi voglio raccontare un’episodio, scelto a caso, del mio viaggio in New Mexico…

Ci alzammo di buona lena dal solito motel e dopo aver riempito di acqua e ghiaccio la tanica da un gallone che ci sarebbe servita da rinfresco durante il viaggio, pulii i vetri della montecarlo bianca con un’asciugamano fregato in camera, mentre la mia (ora ex) compagna, caricava le valigie nel capiente baule. In New Mexico molte strade vanno diritte come in nessun altro posto. Puoi fare cento miglia di strada monotona e sempre uguale, mi immagino il progettista con un’enorme righello tracciare la linea e dire agli operai: diritto per 100 miglia! Dopo due ore di viaggio col pilota automatico ecco la novità della giornata: una semicurva a sinistra!

Intanto la radio trasmetteva musica messicana, cose sul genere aye-y-y che di solito cantano i musicisti ambulanti coi baffi spioventi ed enormi sombrero nei tipici ristoranti acchiappa turisti. Il paesaggio era veramente brullo, noioso, desertico, delimitato dalle catene montuose in gran lontananza. Ogni mezz’ora, si incontrano piccole città polverose – una stazione di servizio,tre case, un albero, un cane – oppure si incontra una curva infinitesimale che ti obbliga a spostare il volante di due tre centimetri per una frazione di secondo, unica eccitazione nel corso di un’ora. Per il resto non muovi un muscolo, la Chevrolet sfreccia ai novanta liscia e silenziosa nella già calda mattinata.

Verso le due la fame si fa sentire, appare l’insegna che preannuncia ad un miglio, la cucina di Maria. In lontananza vedo l’enorme roulotte con la carrozzeria in lucido alluminio, tutta bombata sullo stile anni ’50. Mi fermo per studiare la situazione; il diner è tenuto su da quattro supporti in cemento, le ruote sono finite chissà dove e gli hanno appeso l’immancabile condizionatore, il tutto allacciato alla corrente elettrica, quegli enormi diritti pali della luce col trasformatore in ceramica come si vedono a San Francisco. Il legno sicuramente preso nelle foreste della California o dell’Oregon… Comunque, solo tre macchine parcheggiate,due scalcinati pick-up e la solita Crown Princess bianco/blu della polizia. Poliziotti che vedo attraverso il vetro intenti a lavorar di mascelle. Ok! il posto va bene. Una cameriera grassottella e sorridente indossa unghie volgarmente rosse e rosicchiate. Il suo buffo vestito rosa con volant rossi è tenero. Ci convince a provare il piatto del giorno: spare ribs & mushed potates & salad on french dress. Delizioso e piccantissimo. Paghiamo e prima di uscire uno dei due police-man ci consiglia di guidare con prudenza in quanto c’è in arrivo un temporale. Ringrazio, esco e vedo che il cielo, in lontananza, si è fatto plumbeo, ma non so cosa mi aspetterà.

Avevo sempre pensato che i deserti fossero caldi e secchi tutto l’anno. Ora vi posso assicurare che non lo sono. Fummo sorpresi di trovarci in un tempo quasi invernale, in un paesaggio freddo e cupo. La pioggia battente si intensificò al punto da costringermi a fermarmi; l’acqua veniva giù a catinelle e scorreva sul tergi che inerme non ce la faceva a scacciarla via. Il pomeriggio divenne buio come la notte. Figuratevi che anche i camion, che in quei posti assomigliano a treni, si fermavano lungo la strada. Il tutto durò solo venti minuti ma da panico! Poi il temporale si trasferì altrove, lasciandoci liberi di proseguire. Ormai eravamo in vista della meta e ne avevo abbastanza di guidare.

Avevo deciso di fare sosta a “Truth or Consequences”. Vi lascio il divertimento di tradurre questo bizzarro nome. In origine questa piccola polverosa cittadina si chiamava Hot Spring, in quanto fu costruita, nel 1880, in un luogo dove vi era una sorgente minerale calda. Nel ’50, i cittadini decisero di cambiarne il nome per adottare quello di una famosa commedia televisiva (uno specie di lascia o raddoppia locale) e per promuovere il turismo: arrivò il Mike Bongiorno dell’epoca in pompa magna, fecero la diretta e per qualche tempo tutta l’America seppe di questo posto. Così spuntarono una decina di motels, oggi piuttosto in decadenza, come tutto il resto di questa città. In inverno nevica, visto che è situata a 1300 mt. d’altezza, come Oropa da noi. Non ho visitato lo stabilimento termale: se è come il resto del posto: apriti cielo! Che tristezza, tutto decadente,trasandato e polveroso, sembra abbandonato da molti anni e si può solo immaginare com’era 50 anni fa, con le famiglie che arrivavano felici e numerose nell’eccitazione della nascente american way of life … mi immaginavo le giovani coppie sorridere felici passeggiando lungo questo viale ora deserto ma all’epoca pieno di rumorosi bambini… & Studebaker & Ford & Chevrolet… donne dai capelli cotonati… adolescenti che ballando l’Hula Hop sentivano i primi pruriti trasgressivi di Elvis-The-Pelvis ancheggiando alla “Fonzie” col loro “vanilla ice&tutti-frutti”… Ci pensa la mia donna a svegliarmi da questo sogno immaginario: -dove alloggiamo?-

Pratiche,come sempre,le donne. Devono sempre avere una certezza, una sicurezza. Sfilano i motels con le loro sbilenche insegne al neon e scelgo volutamente il più economico, ignorando il disappunto della mia lei: 19.95$ per la doppia.

Entriamo nella reception, foto ingiallite coi bordi arrotolati mostrano una strana fotocopia del Mike nazionale con contorno di cameraman che a stento sorreggono enormi telecamere bianche e codazzo di sorridente, ossequioso, meravigliato pubblico.L’ingresso è sbiadito ma pulito, vecchie sedie in vimini e mobili che sembrano tirati fuori dalla soffitta. A completare l’arredamento un modernissimo frigo della Pepsi con una luce accecante che sembra ideata da George Lucas. Mi sarebbe piaciuto vedere e sentire un bel Wurtlizer, magari il 1100, con i 78 rpm di Paul Anca o Jerry Lee Levis come al “Verona” di San Francisco. Pazienza,c’era solo un potus che sembra supplicare pietà, probabilmente per la mancanza di luce. Chissà da quanti anni non lo rinvasavano!

DLIN-DLON. Come suono il campanello mi fanno eco passi sullo scricchiolante corridoio in legno, ed ecco apparire un uomo sulla sessantina, alto, magro come la fame, il naso adunco e la faccia segalina: il tempo di uno sguardo; sembra un contadino vestito alla festa, vestito elegantemente come chi può esserlo chi porta gli stessi vestiti da decenni, lisi ma con grazia. Chiedo la camera, e lui con sguardo sagace nota la perplessità della mia compagna, e, elegantemente rivolto a lei dice: -do yu wanne seee the room before? all the rooms are simply but clean!- Gli credo sulla parola. Aveva ragione. Pulite come possono essere stanze non usate da… giorni? settimane? bho! Stanze semplici o terribili! Chissà se Kerouac aveva mai alloggiato in posti simili nei suoi vagabondaggi sulla strada, probabilmente no, lui si accontentava di un vagone e non aveva di certo i $ per dormire in quello che all’epoca era un “bel posto”. Subito monto il grandangolo per registrare visivamente il posto e non lasciarlo solo nella mia memoria neuronale.

Il condizionatore non funziona, ma siamo a 1300 metri e grazie a Dio non ci serve. Il televisore riesce a captare decentemente solo 4-5 canali, per fortuna anche HBO, così non mi perderò la nuova puntata di National Geographic Tv sui dinosauri, ormai è una settimana che la seguo da un motel all’altro. Chiedo al “patron” dove mangia la gente del posto, visto che la mia Lonely Planet elenca solo due posti e con scarso entusiasmo.

-Tree miles up’n’front the supermarket!- Ci vado. Una simpatica scoperta. Il posto è elegante come può esserlo a T. or C. Posate placcate d’argento, piacevolmente consumate ai bordi e, incredibile, veri tovaglioli e vera tovaglia in cotone fanno da grazioso contorno in questo posticino deliziosamente kitch americano, con pretese di “grande restaurant”. Si sono ispirati alla cucina francese, of corse, lista di vini con Boujolais e Bordeaux a prezzi folli, per cui scelgo un onesto Zinfandel della Napa Walley. E lì, per la prima volta ho voluto mangiare spaghetti con scampi and tomatoes… Di solito non cerco la cucina italiana all’estero, un pò perchè non sono spaghetti dipendente e un pò perchè mi piace mangiare quello che mangia la gente del posto. In questo modo capisci molto di più della cultura locale. Non sopporto gli italiani che a tutti i costi cercano la pasta nei posti più improbabili e finiscono, inevitabilmente e giustamente, per prendersi delle fregature pazzesche…. Ad ogni modo, abbiamo mangiato un ottimo piatto di pasta quasi al dente con bei scamponi, una grandiosa insalata e crostata gigante di mele. notevolissimo, come il conto di ben 70$ a far da contrasto con la spesa per la camera.

Di ritorno mi metto a fotografare le insegne dei motel, coloratissime e fantasiose come erano ai tempi della Route66. Pochi scatti ed esce il patron del motel, che con la scusa di accertarsi cosa stessi combinando ci invita a bere un caffè. Accettiamo di piacere. C’era un qualcosa di strano, affascinate ed inquietante,in quell’uomo. Sarà stato per la sua voce un pò stridula, per il suo slang molto marcato che mi ricordava il nonnino del west della nostrana pubblicità di molti anni orsono (..coorpo di miille balene,chee mi venga un colpo!) o per le sue lunghe mani ossute che mi sembravano quelle di Klaus Kinski in Nosferatu. Passammo una piacevole ora, con anche sua moglie (minuta,graziosa,sorda e un pò rincoglionita, in verità) a parlottare della loro/nostra vita.

Venivano dall’Iowa, i genitori coltivavano i campi e loro erano scappati perchè non volevano che si sposassero. Quarant’anni prima. Si vedeva che si puntellavano teneramente uno con l’altro e li ho invidiati un pò. Il mio rapporto con la mia ragazza stava finendo, mi lasciai un anno dopo, ma qst non c’entra. Storie di ordinario mondo insomma. Rientrati in camera, mi accorsi che avevo perso la puntata di N.G.TV, pazienza. Avevamo comunque trascorso una bella giornata, lontano dai turisti intruppati e lukkati nel mordi e fuggi del viaggio organizzato. L’indomani ci aspettava El Paso, Texas. Poi il Messico….

Giuliano Donegà

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