Racconti e poesie

Racconti brevi, aforismi e poesie scritti da autori biellesi

CAMILLO

gennaio2003

Al numero 18 di via dei Tigli c’è un palazzotto in mattoni rossi, piuttosto vecchio e diverso dalle altre costruzioni moderne e slanciate, però ancora dignitoso e dall’aspetto rassicurante.
Al piano terra, dove i davanzali traboccano di fiori e i vetri delle finestre brillano come diamanti, abita la zia Veneranda, una signora un po’ robusta, con le guance perennemente rosse, i capelli grigi e lunghi, intrecciati attorno al capo a mo’ di corona. Nulla le sfugge, sa tutto di tutti. Molti bambini la chiamano zia perché saltuariamente, nel momento del bisogno, guarda i figli delle mamme che lavorano e, all’occorrenza, stira anche montagne di camicie dei vari papà.

Zia Veneranda è molto curiosa, e se passi da quelle parti è facile trovarla in ciabatte e grembiule a fiori, con l’inseparabile scopa di saggina mentre, con aria sospetta, osserva i passanti ad uno ad uno.
Al primo piano c’è la famiglia Novelli: papà, mamma e Luca. Luca è un bel bambino bruno, con due grandi occhi curiosi e intelligenti, sempre pronto a fare domande, con mille progetti per la testa. Tuttavia da un po’ di tempo è triste perché i suoi Genitori, che lavorano fino a tardi, lo lasciano spesso solo. Luca ha tanti amici, però soltanto a scuola, perché durante il pomeriggio, a casa, non ha il permesso di ricevere nessuno e non ha nemmeno il permesso di uscire per tirare qualche calcio al pallone; perciò, finiti i compiti, se ne sta tutto solo a disegnare e a leggere.
Per fortuna, qualche volta, la zia Veneranda suona il suo campanello e lo invita per la merenda, giù da lei, a base di torta di mele, Coca-Cola e patatine e poi, in gran segreto, lo accompagna al campetto, dove trova i suoi compagni di scuola.

Al secondo piano, invece, abita il professor Ludovico Venanzi che, dopo quarant’anni di onesto lavoro presso il liceo musicale Perosi, dove insegnava pianoforte e composizione, ora si gode la meritata pensione. A dire il vero, fino a quindici giorni or sono riceveva una volta a settimana due studenti per lezioni private di pianoforte, ma essendosi accorto che il proprio udito non era più quello di un tempo, ha sospeso anche quest’ultimo impegno. Così lo strimpellare del vecchio piano è cessato di colpo, lasciando il palazzo ancora più silenzioso di prima.

All’ultimo piano ci sono le soffitte, anzi la grande soffitta, perché su tacito accordo dei condomini, e con il beneplacito della signora Veneranda, ognuno appoggia le proprie masserizie inutili e fatiscenti nell’angolo che gli piace di più. Quindi nell’immenso sottotetto regna il perfetto caos.
All’ultimo piano, inoltre, abita Camillo.

Camillo è uno scheletro! Uno scheletro vero che dimora da quelle parti da quasi cent’ anni, da quando il vecchio dottor Boella, nonno materno del prof. Venanzi, allora studente in medicina, si preparava agli esami di anatomia.
Il vecchio scheletro riposa in una angusta cassetta di legno in noce e, dopo tanti anni, comincia a sentire gli acciacchi dell’età: accusa spesso forti dolori reumatici e quando si muove scricchiola pietosamente. Così un giorno Camillo decide di cambiare vita:
-Questa casa è un mortorio- dice a voce alta -almeno una volta si sentiva un po’ di musica, qualche capriccio di bambino, una sana litigata…-
Con calma Camillo si tira su, raddrizza le scapole, sistema il femore che era sottosopra e, con l’aiuto di un po’ di cera per mobili antichi, dimenticata in soffitta, lucida le sue ossa consumate una ad una, fino a farle risplendere. Poi si butta sulle spalle la mantella nera, appartenuta al medico condotto, e va ad ammirarsi allo specchio: -Così sembro molto più giovane – dice tra sé – adesso però sento un certo languorino… Quasi quasi, appena fa buio, vado a fare una visitina alla dispensa della zia Veneranda: chi sa che con un po’ di fortuna non riesca a scovare un barattolino di Nutella.-
Il vecchio Camillo ha per i dolci una vera e propria passione: la sua non è solo golosità, è una vera ossessione. Sarà forse perché quando lui era un bambino, la Nutella non era ancora stata inventata.

Normalmente, quando Camillo decide di andare per dispense, prende la via della grondaia che per lui è la più semplice. Ma stavolta, vista l’aria di mortorio che tira, decide di scendere per la strada dei vivi, cioè dalle scale; si pone a cavalcioni sulla ringhiera e si lascia scivolare dolcemente da un piano all’altro.
Deve essere piuttosto tardi perché non si sente neanche il televisore di Veneranda, che di solito mantiene un volume abbastanza alto.
-Bene bene – pensa Camillo – finalmente potrò farmi una bella scorpacciata di dolci.-
Camillo conosce tutti i segreti dell’anziana portinaia, compreso il nascondiglio della sua chiave, nascosta sotto lo zerbino così, mentre lentamente cerca di aprire la serratura…
-Chi sei ? Cosa fai ?- si sente dire alle spalle- Guarda che se non mi spieghi subito cosa vuoi fare, urlo e sveglio tutta la casa !-
-Calma, calma, tu sicuramente sei Luca, il bambino più silenzioso che io conosca… Io invece sono Camillo e abito in questo palazzo da più di cento anni e non ho certo cattive intenzioni, sai !-
-E allora ? – replica Luca.
-E allora… Volevo solo farmi un po’ di Nutella sul pane. Perché non mi tieni compagnia?-

Luca è sospettoso, gli pare un po’ strano che uno scheletro possa parlare, ma per avere un amico è disposto anche a rischiare, una volta tanto.
-Senti, Camillo, io forse sto sognando, perché mi sembra improbabile che uno scheletro possa parlare e tanto meno divorare pane e Nutella, ma tu mi sei molto simpatico, perciò, ti farò compagnia, e speriamo che nessuno si svegli.-
-Come hai fatto a scoprirmi?- sussurra Camillo all’orecchio di Luca, mentre a passi felpati s’intrufola nell’appartamento di zia Veneranda.
-Ti dirò, è un po’ di tempo che ti tengo d’occhio, prima ho avuto solo dei sospetti, poi ho notato particolari insoliti, come ditate di cioccolato sui muri, carte di caramelle un po’ dovunque, nascoste sì, ma non abbastanza per me che su queste cose la so piuttosto lunga.-
-Ah, sei proprio intelligente, tu !- risponde Camillo
-Sì, ma non abbastanza da capire che il Goloso nascosto in solaio fosse in realtà uno scheletro vivente- replica Luca -in realtà ero convinto che un Barbone avesse trovato rifugio nel sottotetto! Quanti vasetti di yogurt ti ho portato in soffitta! Non hai capito che erano per te? La mamma dice sempre che per crescere bisogna mangiarne tanto, ma a me non piace…
-L’avevo capito, l’avevo capito, ma neppure a me piace molto lo yogurt, così di notte mi arrangio come posso. Tu però devi ascoltare la mamma, lo yogurt e il latte contengono molte vitamine e il calcio che fa bene alle ossa: guarda me, sapessi quanto ne ho bevuto, da giovane!

Intanto i due amici, parlando sottovoce, hanno preso possesso della cucina e sempre al buio, con l’aiuto di alcuni fiammiferi che Luca casualmente si è trovato in tasca, radunano un ricco bottino: Nutella, marmellata di fragole, cioccolata alle nocciole, torta di mele e qualche cioccolatino.
-Andiamo su da me?- propone Camillo.
-D’accordo, andiamo da te !- risponde Luca che incomincia a divertirsi sul serio, anzi, non è mai stato tanto felice….

Ma cosa sta succedendo? Dal portoncino d’entrata provengono strani rumori, sembra che qualcuno stia cercando di aprire la porta.
Luca e Camillo si guardano: provano paura e curiosità insieme.
-Ma la zia Veneranda non dorme ?- sussurra Camillo all’amico
-Certo che dorme, non senti come russa?
-Sì, sì, ascolta: sembra un vecchio trombone!
-Chi sarà allora?
-Sono ladri, nascondiamoci se non vogliamo fare una brutta fine! – ordina sottovoce Camillo.
Contemporaneamente afferra il barattolo della Nutella e trascina Luca dietro il tendone del cucinino.
Il cuore di Luca batte fortissimo, non ha mai avuto tanta paura.
– Però ‘sto Camillo è proprio un bel tipo! – riflette Luca, tra sé – per quale motivo si è portato dietro la Nutella? Questi scheletri sono tutti un po’ originali!
-Intanto il ladro, dopo aver scassinato la porta, si è introdotto in casa e, cauto, sta per entrare in cucina.

Nel frattempo zia Veneranda, ignara di tutto, continua a russare beatamente.
-Povera zia…- pensa Luca, indeciso se sia meglio urlare oppure se sia più prudente rimanere nascosti.Viceversa Camillo è calmissimo, anzi uno strano sorriso lo illumina.
-Cosa facciamo?- dice Luca- io ho tanta paura!
-Stai calmo!- gli risponde Camillo – Lascia fare a me! – Apre il barattolo della Nutella e, aiutandosi con un dito …anzi, con la falange porta alla bocca la profumata crema.
-Camillo!- Luca è proprio arrabbiato – ti pare il caso, in un momento come questo ?
-Non dire niente e stai a vedere- replica il simpatico scheletro.
Nel frattempo il ladro è arrivato alla cucina, anzi è proprio sulla porta, ma in quel preciso momento succede una cosa pazzesca: Camillo è diventato fosforescente e brilla nel buio come una lampadina. Si é sfilato la mantella nera e improvvisa un balletto alquanto macabro, muovendo braccia e gambe ritmicamente.
Il ladro non riesce a trattenere un urlo, con un balzo arretra, abbandona a terra il suo zaino con gli attrezzi da lavoro: chiavi, grimaldelli… e corre velocemente fino a guadagnare la porta, poi il pianerottolo e di corsa fuori. Povero ladro, che paura!
Nel frattempo Luca e Camillo stanno ridendo a crepapelle
-Adesso capisco perché ti sei portato dietro la Nutella!
-A me fa sempre questo strano effetto, così ho pensato di spaventare un po’ quel malvivente!
-Bravo, come avrei fatto senza di te?

Luca e Camillo sono stanchi: è ora di tornare a casa, domani altre avventure li aspettano. Intanto Veneranda continua a sognare beatamente: non ha sentito nulla!
-Ciao Camillo, torniamo a casa, buona notte amico mio!
-Buona notte, Luca!

Fata Lalla

La principessa del pane

dicembre2002

Conosco un paese piccolo piccolo dove tutti gli abitanti sono contenti e soddisfatti. In quel paese regna una graziosa e paffuta principessa, naturalmente felice anche lei.
Ma perché in quel paese tutti, ma proprio tutti, sono felici? Nascondono forse qualche magico segreto? Nooo! Nessun segreto. State a sentire: ogni mattina la principessa scende la lunga scala che dalle sue stanze porta alla cucina del castello, indossa un grazioso grembiule a quadretti bianchi e rossi e raccoglie i lunghi capelli biondi in una cuffietta di pizzo. Prende la farina, il lievito, l’acqua, un po’ di sale e fa… Cosa fa? …fa il pane. Amalgama tutti gli ingredienti per bene, mette a lievitare l’impasto e dopo alcune ore forma tante michette che cuoce nel forno a legna della cucina. Poco dopo un delizioso profumo si diffonde per tutto il palazzo e la principessa canta felice! Alle dodici in punto il pane è cotto! Allora la principessa si reca davanti al portone del castello e, aiutata da camerieri e maggiordomo, distribuisce il pane a tutti gli abitanti del suo paese.
Questo piccolo dono quotidiano ha un grande potere. Rende felici tutti: mamme, papà, nonni e bambini!

Un triste giorno, però, arriva la notizia che in un paese poco distante è scoppiata la guerra. Miseria e disperazione sono ovunque. La gente di quel paese non ha più risorse: non possiedono neppure più la speranza! Che fare? La principessa del piccolo regno felice non è molto ricca e d’altra parte non vuole chiedere sacrifici ai suoi sudditi. Dopo aver pensato a lungo, si decide: va nella grande cucina, si fa portare tutta la farina conservata nei suoi granai, indossa il grembiule e con l’acqua e il lievito comincia ad impastare. Impasta e impasta tutto il giorno, fa lievitare, divide la pasta in michette e finalmente inforna. Quanti panini ha preparato? Tanti, tanti da riempire la carrozza reale che è enorme! Ormai tutto è pronto: le ceste dei panini caricate sulla carrozza, i cavalli bardati e i camerieri vestiti da viaggio!

Ma la principessa vuole andare da sola in quel paese devastato dalla guerra. Sale alla guida della carrozza, armata solo di speranza, fiducia e amore! Alla frontiera non trova nessun ostacolo perché i nemici di quella povera gente, dopo aver seminato disperazione e distrutto ogni cosa, se ne sono andati tutti. Finalmente, arrivata nella piazza più grande del paese, ferma la carrozza e fa riposare i cavalli. Le strade sono deserte, la principessa si siede accanto ad una cesta di pane sperando che qualcuno si faccia vivo.
Mentre aspetta le viene voglia di cantare. “Canterò una ninna nanna!- dice sottovoce- così il tempo passerà più velocemente!” “Ninna nanna, ninna-o, questo bimbo a chi lo do…” e poi ancora: “Fate la nanna coscine di pollo, la vostra mamma vi ha fatto un gonnello ricamato da cima a fondo…” A quel punto, richiamati dalla canzone antica, quegli uomini, quelle donne e quei bambini vengono fuori dai loro nascondigli. E la principessa continuando a cantare, inizia a distribuire il pane a tutti quelli che tendono la mano e anche a quelli che non la tendono. Per fortuna di pane ce n’è tantissimo anche per i gattini e i cagnolini che si fanno avanti.
Quando anche l’ultimo panino è stato distribuito, cade uno strano silenzio. Ognuno resta muto a guardare la pagnottella che ha tra le mani. Proprio in quel momento succede un fatto straordinario: nel centro di ogni pagnotta inizia a spuntare un piccolo germoglio verdissimo! Il germoglio cresce, cresce a vista d’occhio. Diventa in fretta pianticella e poi pianta. Cresce la pianta, diventa vigorosa, tanto vigorosa che bisogna appoggiarla a terra. Allora il prodigio si completa: le piante si trasformano in tanti alberi e i rami di ogni albero si ricoprono di doni. C’è il ramo del pane, quello della pasta, quello dei dolcetti, il ramo delle uova, quello dei cioccolatini.
Su un ramo spuntano vestiti e poi coperte, su un altro scarponi e cappotti…insomma, tutto quello che occorre per rendere felice un paese distrutto dalla guerra. Finalmente tutti sorridono.

Bambini, vecchietti, cagnolini, gattini, mamme e papà fanno un bel girotondo intorno alla principessa che risale sulla carrozza, manda a tutti un saluto con la mano e sparisce in mezzo a una nuvola di sabbia dorata.

Fata-Lalla

La giraffa grassa dal collo corto

dicembre2002

C’èra un posto, nel cuore dell’Africa nera, dove vivevano indisturbate e completamente felici centinaia di slanciate e belle giraffe. In questo luogo gli alberi crescevano moltissimo ed erano sempre carichi di frutti: così le giraffe non dovevano fare altro che allungare un po’ il collo e il pranzo era servito. Le cameloparde (giraffe) passavano le loro giornate a rimirarsi nelle limpide acque del lago che lambiva le loro casette. “Come siamo fortunate ad essere così alte, possiamo vedere ogni cosa senza neppure spostarci !” pensavano quelle vanitose. Ahimè, la felicità non è un bene di tutti, così come la perfezione. Infatti nel villaggio delle giraffe esisteva qualcuno che viveva nella più completa tristezza. Giraffagrassadalcollocorto: questo era il suo nome. Giraffagrassadalcollocorto era così dalla nascita: grande e grossa e con un collo corto come quello di un cinghiale. Le altre giraffe l’avevano sempre presa in giro e cercavano in tutti modi di evitarla. Questo atteggiamento le aveva sempre procurato una grandissima sofferenza. Nonostante ciò, Giraffagrassadalcollocorto si sforzava di essere gentile ed educata, perché sapeva in cuor suo che se le altre l’avessero lasciata parlare, sarebbe stata anche simpatica; ma dopo diversi tentativi andati male, si era rassegnata alla solitudine. Raramente le capitava di specchiarsi nelle acque del suo lago e sognava di trasformarsi in una bellissima giraffa dal collo slanciato, ma poi la sua immagine riflessa la lasciava desolata e in lacrime. “Così non può durare! -disse un giorno a voce alta- “Devo fare qualcosa. Ma che cosa ?” Allora pensò che forse il mondo non era abitato solo da giraffe e che forse esisteva qualcuno che l’avrebbe apprezzata per quello che era e cioè una creatura piena d’amore. “Partirò domani” decise, e corse a casa a preparare i bagagli. Radunò le poche cose che aveva e, senza rimpianti, il giorno seguente, partì. Camminò e camminò per giorni e per notti, senza fermarsi mai, sino a quando le apparve un un villaggio ai piedi di una montagna.
“Questo è il paese degli elefanti: benvenuto tra noi!” c’era scritto su un grosso cartello appeso ad un albero.
“Salve! -le disse un enorme elefante che portava una corona sul capo- io sono il re degli elefanti. Tu chi sei?”

“Sono giraffagrassadalcollocorto, posso fermarmi qui?” – “Certo che sei strana, Giraffagrassadalcollocorto. Comunque resta quanto vuoi” rispose il re degli elefanti, guardandola dall’alto in basso. Ogni giorno il popolo degli elefanti si svegliava prima dell’alba e usciva in pattuglia, attraverso la giungla, per controllare il lavoro di tutti gli animali. Queste lunghe marce di polizia elefantina provocavano un rumore così forte che sembrava quello di un terremoto. “Come faccio a resistere? Un rumore così mi porterà presto all’esaurimento nervoso! -singhiozzò un mattino Giraffagrassadalcollocorto- credo proprio che dovrò andarmene anche da qui!” Velocemente rifece i bagagli e ancora una volta si mise in cammino.

Superò montagne e foreste, laghi e pianure. Le sue zampe erano stanche e sanguinanti, eppure Giraffagrassadalcollocorto non si arrendeva. Stanca e senza speranze, si appisolò sulla riva di un grande fiume che proseguiva il suo corso tra i canneti. “Mi sembra di aver trovato un luogo tranquillo” pensò al risveglio. Non aveva aperto gli occhi del tutto quando sentì un dolore fortissimo alla caviglia. Un piccolo coccodrillo cercava di fare colazione con la sua zampa destra.
“Questo è troppo! –
urlò Giraffagrassadalcollocorto e si alzò di scatto- passi essere derisa e criticata, scartata e umiliata, ma scambiata per la colazione proprio non lo sopporto !” E si avviò coraggiosamente verso una nuova avventura. Dopo aver camminato di buona voglia tutta la giornata, giunse timorosa presso un villaggio costruito ai piedi di una collina. “Riuscirò a trovare almeno un angolino dove riposare in pace senza rischiare qualche brutta sorpresa ?” pensò la poverina che era anche affamata.

Mentre così rimuginava le si fece in contro, correndo e sorridendo, uno stranissimo personaggio che così parlò:
“Salve bellissima creatura, mi chiamo Quadrupedesenzanome e sono il re del villaggio dei Senzanome. Chi sei, da dove vieni ?”
“Sono Giraffagrassadalcollocorto e vengo dal paese delle giraffe. Non credo, però, di essere una venere!” rispose la poverina che, al sentirsi chiamata bellissima creatura,
era arrossita violentemente. Quadrupedesenzanome le si avvicinò e, fissandola negli occhi, le disse: ”Tu sei l’essere più bello che io abbia mai visto, vuoi sposarmi e diventare la regina dei Senzanome?”

Giraffagrassadalcollocorto non poteva parlare, perché il suo cuore batteva come un tamburo, ma dai suoi bellissimi occhi color “giraffa” caddero alcune lacrime di gioia. Allora Quadrupedesenzanome la condusse con sé nel villaggio dei Senzanome, dove vivono felici gli animali più strani e quelli abbandonati da tutti, per farne la sua sposa. Il paese intero fece cerchio intorno alla bellissima Giraffagrassadalcollocorto e tutti insieme iniziarono i festeggiamenti per le sue nozze con il loro amato re Quadrupedesenzanome.

E se non mi sbaglio, sono ancora in festa !

Fata-Lalla

  • biella
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