Racconti e poesie

Racconti brevi, aforismi e poesie scritti da autori biellesi

L’Impastatore

maggio2004

La storia dell’Impastatore mi venne raccontata durante un viaggio in treno da una simpatica signora sui settant’anni, la quale, dopo avermi osservato per parecchio tempo, si accostò al mio volto e, con un’espressione furbetta, mi sussurrò: “Lei ha origini antiche, sa? Io e lei ci siamo già conosciute in epoca medioevale, e certo allora non era facile per noi…scampare al rogo…”.
La guardai bene, mentre, sorridendo, ritornava al proprio posto, e, credo, fu proprio in quel momento che capii perché il suo viso mi era familiare, come pure il suo modo di camminare zoppicando leggermente.
Fu così che decisi di alzarmi e mi sedetti accanto a lei, che nel frattempo aveva tirato fuori dalla propria borsa una serie di oggetti:una conchiglia striata di blu, un uccellino di terracotta, una castagna, una piuma rossa e dei bottoni madreperlati.
“Avanti, scegli un oggetto!” mi disse, sempre sorridendo.
Io li guardai bene, poi presi la piuma rossa.
La signora annuì, come se già sapesse su quale oggetto sarebbe caduta la mia mano.
“Ora dimmi, perché proprio quello?” mi chiese.
“Perché mi piace l’idea di un uccello dalle piume rosse che si innalza in un cielo infuocato al tramonto…” risposi pensierosa.
“E poi?” incalzò lei.
“Perché, in un certo senso, credo che questa piuma mi sia già appartenuta…” continuai, guardandola negli occhi lucenti.
Ella, a queste parole, parve illuminarsi e mi abbracciò con fervore, carezzandomi i capelli.
“Bene, creatura dei boschi, bentornata a casa! Non sai da quanto tempo ti stavo cercando, ormai temevo che non sarei riuscita ad incontrarti in questa vita!” esclamò la donna.
Io, un po’ confusa, le chiesi di spiegarsi meglio.

“Dunque, devi sapere che un tempo ormai lontano, noi donne di magia eravamo tenute in grande considerazione da tutti coloro i quali giungevano da noi chiedendo un consiglio, un rimedio per il mal d’amore o contro la sfortuna e la malattia, eravamo temute e stimate, poiché dotate di poteri che si tramandavano di madre in figlia, poteri che passavano tramite il sangue e il latte, apportatori di vita e longevità. Il nostro potere aveva avuto origine ai tempi in cui gli uomini veneravano la Grande Madre, temibile e feconda, capace di donare la vita come di riprendersela, un tempo in cui tutto era ciclico, in cui la vita era cadenzata da un naturale ripetersi di nascita, vita e morte.
La donna era venerata in quanto manifestazione vivente della Dea, e c’era una gran unione e complicità fra tutte noi donne di magia, chi più chi meno consapevole del proprio potere.
Ma cosa avvenne col passare degli anni?
Giunse il culto di un Dio dalle sembianze di uomo, che soppiantò celermente il nostro, un culto fatto di leggi divine da rispettare, diffuso da voci maschili, autoritarie, che non ammettevano repliche, che condannavano i nostri riti di fertilità.
E noi, piano piano, ci siamo adattate a tale autorità, abbiamo chinato il capo e lasciato che gli uomini decidessero per noi, ci trasformassero in angeli del focolare, mogli e madri devote e silenziose.
Finché un dì, e qui entriamo nel vivo della storia, nel luogo in cui vivevamo venne a stabilirsi un giovane che presto venne soprannominato”L’Impastatore”.
Si diceva che venisse da molto lontano, e che fosse apparso una mattina nel nostro villaggio chiedendo una stanza in cui poter avviare la propria attività. Alla domanda “Che tipo di attività?”, egli rispose, quasi cantando:“Impastare, amalgamare,
Il suono della luce,
Il colore della musica,
Il tocco della bellezza,
Il tono del creato,
La vibrazione della Vita”.
Ovvero? Fu la lecita replica. Ma non vi fu una spiegazione dall’uomo, il quale, dopo aver dato il dovuto per la stanzetta, iniziò le pulizie, fischiettando.
Come puoi immaginare, questa stravagante presenza, suscitò gran curiosità nella popolazione, tutti, prima o poi, trovavano una scusa per passare davanti al negozietto lindo del giovane, cercando di capire cosa effettivamente facesse lì dentro, in cosa consistesse la sua attività.
La cosa che più colpiva, passando accanto al negozio, erano i profumi che da esso si sprigionavano.
Sentori di menta, rosmarino, lavanda e timo, vampate di vaniglia, zenzero e cannella, sussurri di viola, rosa e biancospino.
E poi le melodie, ogni volta diverse, che accompagnavano tali profumi, e i colori che sfavillavano dalle finestre sempre aperte.
Ma che cosa faceva, quell’uomo, là dentro?
Questo, cara bambina, lo scopristi tu.”
“Io?”, chiesi sgranando gli occhi. Mi ero lasciata cullare dalle parole della signora, rapita da questa storia fantastica, ma mai avrei creduto che sarei entrata a farne parte. E in che modo poi?
“Tu e la tua innata curiosità. Tu, fanciulla dal vello ambrato capace di tramutare in sorriso ogni umano dolore. Tu, donna nel cui sguardo si riflette la gioia del creato. Tu, che conosci la lingua dell’Uccello di Fuoco.
Un dì ti trovavi nella radura a raccogliere legna da ardere quando il tuo sguardo si posò su qualcosa di molto bello, colorato e leggero…”
Il mio sguardo cadde sulla piuma rossa che avevo in mano.
“Esatto. Proprio quella piuma rossa. Non l’avevi mai vista prima, e ti domandasti a quale uccello appartenesse. Ti guardasti intorno quando, fra le fronde, vedesti qualcosa muoversi veloce.
“Chi sei? Lasciati vedere, non ti farò del male…” dicesti rivolta agli alberi.
“Siedi sotto la quercia rossa e attendi, allora a te mi mostrerò” rispose una voce.
La quercia rossa era l’albero che ti aveva visto crescere, che ti aveva donato forza nei momenti difficili, un albero amico a cui svelavi i segreti del tuo cuore. Lo raggiungesti, in trepida attesa.
Poco dopo, giunse alle tue orecchie un suono trasportato dal vento, che pareva provenire dalla terra, dalle fronde, dall’universo intero. E una presenza era già al tuo fianco.
L’Impastatore, vestito solo del suo sorriso.
Guardandolo, ti colse la sensazione di averlo già visto prima, ma dove?
Lui, senza parlare, ti accarezzò le guance, annusò i tuoi capelli e poi indicò un punto al centro del tuo petto. “Lì risiede la tua forza, la tua nota divina, la fonte della tua luce. E odori di terre dorate dal sole, e di ambra. Vieni con me.” e, alzandosi, ti tese la mano.
Ti condusse nella sua stanza, si sistemò dietro a un tavolo e prese degli ingredienti da alcuni contenitori trasparenti.
“Un poco di luce, qualche granello di bellezza, un accenno di musica, toni di creato, vibrazioni di vita…e un bell’impasto!” proclamò con gli occhi scintillanti. E prese ad impastare, amalgamare, massaggiare quella massa di ingredienti sopraffini, mentre tu ti chiedevi cosa ne avrebbe fatto.
Mentre lui impastava, ti accorgesti di come tutto intorno a voi prendeva vita, e fiammate di luce intensa si sprigionavano dalla massa fatta di materia viva, e colori meravigliosi si diffondevano ovunque mentre una musica dolce si elevava al di sopra delle vostre teste, per giungere fino al cielo.
Vi era amore nel suo impastare, e le sue mani, avanti e indietro, dentro e fuori la massa che si ammorbidiva e si distendeva e poi ancora si inglobava erano mani danzanti, mani capaci di trasmettere e donare energia vitale. E, in effetti, qualcosa cominciava a prender vita sotto le sue dita, qualcosa pareva nascere da quella massa apparentemente informe!
“Vuoi sapere in cosa consiste il mio mestiere?” ti domandò piano.
Annuisti,anche se qualcosa avevi già intuito.
“Sai, tanto tempo fa, mi trovai a spiegare la stessa cosa a tua madre, la quale a quel tempo desiderava tanto avere un figlio, ma, dopo molti tentativi falliti, aveva perso le speranze e stava cadendo in una triste depressione, lasciandosi morire poco a poco. Quando la trovai, seduta sotto un albero di quercia rossa, e vidi le lacrime bruciare il suo volto consunto, decisi che l’avrei aiutata a realizzare il suo sogno di donna. Lasciai che mi prendesse, mentre le volavo accanto e ascoltai le sue parole amare, mentre mi carezzava le piume rosse. Mi disse che il colore del mio piumaggio le ricordava il sangue versato tutte le volte che aveva perso un figlio, e sperava che questo fosse un segno mandato dal cielo.
Io le dissi di tornare a casa, e che quella notte avrebbe fatto un sogno molto particolare. Poi, volai via. Una piuma, però, rimase fra le sue dita delicate.
Quella notte, tua madre sognò un uomo che, con mani esperte, dava vita ad una minuscola forma pensiero, rendendola capace di respirare, pulsare al ritmo di un piccolo cuore e perfino scalciare con vigore. E al mattino, con le lacrime agli occhi e la piuma rossa in mano, sentì che presto sarebbe diventata madre e prese a ballare e ridere con tuo padre, che, stupito da tanta gioia insperata, la prese fra le braccia e la amò, piano.
Da allora, ho un compito che mi guida: ridare la speranza al cuore di ogni donna che desideri essere madre. E vado di paese in paese, in terre mai viste prima, ovunque vi sia una piccola forma pensiero da vivificare. E non mi stanco di impastare, amalgamare, ammorbidire questa che è la materia più tenera e tenace al mondo, fatta di amore incondizionato e dolore e gioia sublime. Perché l’amore materno, solo, conosce le profondità del buio e l’accecante intensità della luce, amore che è diretta discendenza dell’Amore della Grande Dea.”
“Questo ti disse, piccola fiamma viva d’ amore. La tua storia ti raccontò, l’Impastatore.”concluse la signora, tenendomi per mano.
Non nascosi le mie lacrime nemmeno quando, al termine del viaggio, scesi e, nel ringraziare la vecchia signora di quella storia indimenticabile e preziosa, quasi inciampai nella borsa di uno dei viaggiatori che, voltandosi, mi rivolse un sorriso aperto come il cielo.
Solo dopo alcuni istanti, e con un tuffo al cuore, mi accorsi che, sulla maglietta, recava l’immagine di una fiammeggiante piuma rossa…

Barbara Pareti

AFORISMI

maggio2004

Il potente maschera
la propria terrena caducità
con abiti di importanza
e coltri di superiorità;
l’umile si veste
della propria nuda semplicità.

Ammiro la generosità del mendico
che, non possedendo nulla,
dona un sorriso e una benedizione
al ricco passante
che lo dileggia.

Tre sono le cose
che desidero mi accompagnino
nel viaggio verso l’Eternità:
il lamentoso suono di una cornamusa,
lo splendore del tramonto,
il calore dell’abbraccio dell’amato.

Che il tuo agire
sia specchio della tua parola,
che il tuo piede non calpesti
ciò che ha seminato.

Non vi è pace
nello spirito dell’artista,
poiché sublime è la sua ispirazione
e scarsi i mezzi a sua disposizione.

L’ignoranza è il peggior rivale.
La paura il peggior consigliere.
L’umiltà il miglior maestro.

Barbara Pareti

LA VALIGIA

aprile2004

La valigia era socchiusa e nessuno pareva prestarle la minima attenzione.

Quella mattina i viali del parco erano attraversati solo da cani in cerca di avventure e da uomini in giacca e cravatta dal passo frettoloso e dallo sguardo assente. Così, nessuno la vide.

Lo spazzino la notò, ma vi girò intorno, ramazzando i marciapiedi con la scopa di saggina ormai logora, nella quale si annidavano da anni insetti multicolori, foglie marcite, polvere e secoli di storia raggrumata. No, per quella valigia non vi era proprio tempo, e chinarsi per raccoglierla sarebbe stato uno sforzo troppo grande per le esili spalle dell’anziano “operatore ecologico”, come lo chiamavano da qualche tempo.
“Lasciamola lì, qualcuno se ne occuperà” pensò l’uomo, proseguendo e ramazzando, come sempre.

Il parco era uno di quei verdi nuclei di ossigeno che si possono trovare nelle grandi città, incastonati come uno smeraldo fra grigio cemento e bollente asfalto, una sorta di prezioso gioiello del quale si vorrebbe avere molta cura ma che spesso si finisce per trascurare o per considerare irrilevante per la propria esistenza. Qualcosa di difficile gestione per esseri umani dai rapidi mutamenti e dalle mode fuggevoli.

L’ultima trovata, per preservare il Parco Magno, come si chiamava, fu quella di far piantare ai bambini della scuola media un giovane ramoscello insignificante che un giorno sarebbe stato uno splendido ed imponente albero dalle possenti fronde sotto cui potersi riposare e rinfrescare nelle afose giornate cittadine, quando il caldo e l’oppressione sembrano comprimerti il cervello e toglierti la voglia di vivere, o di respirare, che poi è la stessa cosa. I bambini erano giunti, ognuno con il proprio rametto, portato con orgogliosa importanza, come se fosse stato il Santo Graal o la spada di Re Artù. I maestri li osservavano quasi divertiti e un poco commossi, pensando a quando anche loro si erano infervorati per delle questioni che ora parevano di poca importanza, per le utopie della giovinezza, svanite insieme alla voglia di giocare e di raccogliere more. E tuttavia, accompagnando questi giovani uomini, questi cuccioli dallo sguardo acceso e dalla curiosità impetuosa, era come ritornare per un attimo al passato, ai felici giorni in cui era possibile salire sugli alberi senza essere rimproverati e ai tempi in cui le cose parevano ancora seguire il ritmo della natura, ed era bello seguirne i passaggi cadenzati e quasi bucolici.
Ora, con il buco nell’ozono, la pioggia acida, l’inquinamento e tutto il resto, cosa ancora era rimasto di quel naturale rincorrersi di primavera ed estate, del risvegliarsi e gioire per poi ancora assopirsi per poi ridestarsi, rinnovo biologico ciclico, benefico, necessario.

Nessuno voleva pensare a queste faccende, non era moderno, e poi adesso c’è la tecnologia, il meccanico surrogato di emozioni, movimenti, situazioni. Basta un clic e sei in onda, sempre bello ed impeccabile, quasi immortale. E se desideri provare l’ebbrezza di attraversare il Grand Canyon o di nuotare nelle cristalline acque dell’Oceano Pacifico fra pesci e coralli, basta entrare nel magnifico mondo virtuale, a casa tua, comodamente seduto in poltrona. Perché faticare se puoi avere tutto a portata di mano? Questo è il moderno Paese dei Balocchi, e qui non c’è Mangiafuoco, niente può farti del male.

Eppure, quanto era bello guardare i visi eccitati ed accaldati di questi bambini con i loro teneri rami fra le dita e con l’infantile convinzione che ciò che si stava compiendo era un rito significativo, e duraturo.

Insomma, i ramoscelli erano stati piantati, erano col tempo cresciuti, la loro linfa aveva purificato l’aria viziata di città ed ora si veniva a sapere che bisognava tagliarne qualcuno perché erano troppi e potevano rappresentare un problema.

E d’altronde, se c’è gente che si lamenta perché non riesce più a parcheggiare nei viali a causa dei grossi tronchi ingombranti e se c’è chi dice che gli alberi in città servono solo per farci pisciare i cani, cosa si può ribattere? Si taglia, si elimina il problema, una volta per tutte.
Ecco dunque che nel parco Magno ora si potevano trovare alcuni alberi centenari accanto a giovani arbusti sempreverdi, intervallati da cespugli di rododendri e rose selvatiche, e ghiaia scricchiolante e fontanelle gorgoglianti, e una valigia azzurra.
In effetti, era alquanto strano vedere una valigia, di plastica azzurra, abbandonata accanto a un’aiuola di viole gialle, ma nell’insieme il colpo d’occhio era accettabile, perfino artistico.
Poteva sembrare fatto apposta per una foto d’autore, per uno scorcio cinematografico rappresentativo dell’umana desolazione fra lo sfacciato splendore della natura, con i suoi colori spesso eccessivi. E poi il proprietario della valigia poteva tornare da un momento all’altro a riprenderla, stupito della propria dimenticanza della quale avrebbe sicuramente parlato all’analista per indagarne i reconditi significati.
E tuttavia, la valigia rimase lì, immobile e silente, per molti giorni.

I curiosi si avvicinavano, con fare circospetto, la osservavano da ogni angolatura, vi giravano intorno, facevano congetture su cosa contenesse o a chi appartenesse, ma non osavano toccarla, anche per timore dei microbi o di qualche oscura malattia.
I più audaci si chinavano, la rigiravano e cercavano di aprirla, sfruttando lo spiraglio all’interno del quale non si scorgeva altro che buio, fitto ed inquietante.
Ma nessuno era mai riuscito nell’intento, e c’era anche il rischio che contenesse un ordigno, e allora ci sarebbe stato davvero da preoccuparsi. E in effetti vennero gli artificieri che la esaminarono, la ispezionarono nei minimi dettagli, la auscultarono per avvertire il più piccolo fruscio e quando si resero conto che quella piccola valigia azzurra non conteneva proprio nulla di cui temere, se ne andarono, lasciandola lì dove l’avevano trovata.

E le stagioni mutarono, e al posto delle viole vi era ora un rigido terreno ghiacciato, una lieve coltre di neve e alcuni brandelli di giornale portati dal vento. E ancora la valigia era lì, socchiusa e azzurra, solo un poco più sbiadita ed impolverata, con un alone giallastro ai lati, segno che anche i cani si erano accorti della sua presenza.

Finché un giorno qualcuno venne e cambiò l’andamento delle cose.

L’uomo era un noto studioso, un filosofo forse, una persona che aveva dedicato la propria esistenza alla riflessione, all’analisi di fatti e fenomeni, un personaggio un po’ bizzarro e misterioso, dalle affascinanti capacità oratorie. Era giunto in quella città per partecipare ad una conferenza e, come suo solito, stava camminando per le vie in cerca di ispirazione, quando vide il cancello del parco Magno. Vi entrò, colto da improvviso rapimento. Percorse con passo svelto i viali, come in cerca di qualcosa. E finalmente la vide.

Era lì, accoccolata ai piedi di un albero intirizzito, accanto a un tappo di bottiglia arrugginito, silenziosa, ferma, inspiegabile. Pareva che qualcuno nei tempi andati si fosse preso cura di lei, che avesse cercato di indagare i motivi, lo scopo della sua presenza, se ci fosse un enigma da scoprire per giustificare la sua improvvisa comparsa in quel luogo, pareva che lo spiraglio che presentava fosse stato preso in considerazione, che si fosse cercato di introdursi al suo interno, per ottenere una risposta, per capire.
Ma la scarsa esperienza ed il superficiale interesse avevano fatto sì che ogni tentativo fosse miseramente fallito, sostituito da sprezzante disgusto per una cosa tanto ridicola, inutile e volgare quale una valigia azzurra abbandonata ai bordi di un viale.

E fu allora che l’uomo comprese di aver infine trovato l’umana Coscienza.

Barbara Pareti

RONCO STORIES

marzo2003

Dedicato alle presenze che hanno animato la mia permanenza a Ronco Biellese.

1.

L’omino con l’ombrello ti guarda dritto negli occhi, e se cerchi di sfuggire il suo sguardo, ti viene vicino, saltella intorno a te come uno scoiattolo festante e reclama attenzioni, parole, gesti di umanità. Quel giorno quando scesi dall’auto, carica di pacchi e borse e telefonini squillanti e “Senti, ti richiamo dopo, ok?”, lui era lì, in piedi nella piazzetta del paese e mi osservava, incuriosito. Donna rossa giovane e appena arrivata, urge una conoscenza.
Gli lancio un’occhiata incerta, faccio finta di nulla, e dopo un attimo lui è già accanto a me.
“Vuoi una mano? Non lasciare la macchina aperta se vai via, hai lasciato il sedile alzato, guarda come si fa…” e, infilandosi nell’abitacolo, abbassa il sedile. Poi mi guarda, sorridendo soddisfatto. Operazione conclusa, sono stato bravo , vero? Ora tutto è a posto, tutto regolare, puoi andare, giovane donna. Il cavaliere errante ha provveduto ai tuoi bisogni, non temere, non ti farò nulla di male.
Io con un sorriso idiota stampato in faccia e il solito rossore che mi assale quando sono in preda all’imbarazzo delle situazioni impreviste, quelle che la vita è solita presentarti con nonchalance, tanto per metterti alla prova. E le braccia cariche di oggetti e accanto un uomo dai capelli bianchi e il volto vispo come un folletto, e nelle gambe la voglia di fuggire via e nel cuore il desiderio di un abbraccio sincero.
Ma poi niente di tutto ciò, un grazie e buona giornata, da brava bambina educata, e via, ognuno per la sua strada. Ossia, io a casa mia e lui in piedi sul selciato, ad attendere la prossima avventura.

2.

I cani del quartiere erano nervosi quella sera, forse già avvertivano l’arrivo della luna piena, oppure davano la caccia a qualche gatto temerario. Fatto sta che i loro ululati e l’abbaiare furioso mi impedivano di dormire. Decisi allora di alzarmi, di dare un’occhiata intorno. Mi vestii rapidamente ed uscii, nel cuore della notte, nemmeno un’anima in giro, solo le grida dei cani e il flebile scrosciare della fontanella. Passi, veloci, ritmati, infreddoliti, i miei in quella notte di dicembre illuminata da una luna imponente e misteriosa, quasi al culmine della sua bellezza, donna quasi madre ma già rigonfia, ridondante, piena di vita. Passo dopo passo giunsi a un cancello oltre il quale si vedevano ondeggiare lumini ardenti, lacrime disseccate, anime in cerca di requie. Non dovetti nemmeno forzare l’accesso, poichè il cancello era aperto. Non si temono i vandali in questo paese, si ha fiducia nel cuore del prossimo, oppure semplicemente il custode sbadato aveva dimenticato di chiudere la porta d’ingresso.
L’odore dei cimiteri mi ha sempre affascinato, quel misto di ceri e fiori ammuffiti e ossa a marcire piano, piano. Ed io, donna nel fiore degli anni a girovagare fra foto in bianco e nero, angeli dal capo reclinato a vegliare sulle misere spoglie di uomini e donne distesi a riposare, perduti nell’oblio che nessuno è mai tornato a raccontare. Amalia, Modesto, Serafino, Beata, mi siedo in mezzo a voi, amici miei defunti, fatemi un po’ di spazio, sono venuta a rallegrare un poco la vostra serata. E loro si stringono un po’, mi fanno posto, non hanno più il timore di perdere qualcosa nel concedere un piccolo spazio all’altro, non v’è ansia da possesso quaggiù, solo un suono aleggiante e persistente, di aliti a raffreddarsi piano, di inevitabile decadimento, di silente comprensione. “C’è troppa malinconia qui, ragazzi, è ora di fare festa, gioite, danzate, sono venuta per ballare con voi!” e prendo per mano i miei eterei compagni e mi metto danzare e a cantare e loro volteggiano con me, sopra di me, e in questo vortice vedo unirsi altre figurine sottili e azzurrine che, timidamente, osano avvicinarsi alla festa senza essere state invitate, tanto per dare una sbirciatina. Ed ecco che le luci delle candele si fanno più accese e i fiori riprendono colore e i marmi lucenti e le statue scintillanti paiono uscire da una sala imperiale, dalla festa da ballo dei pretendenti alla mano della principessa adolescente. E dai volti dei cari estinti non traspare altro che luminosa e pura armonia, e tutto è avvolto da una nebbia vellutata che mi accarezza il viso ad ogni giravolta. Al termine del ballo, esausta, mi stendo a terra e osservo le stelle e la luna sorniona e so che, un giorno, anch’io avrò il mio lembo di terreno in mezzo a loro, e, come loro, attenderò anch’io l’arrivo inaspettato di un’anima giocosa che alfine mi faccia danzare.
Così, saluto tutti e, in silenzio come sono arrivata, me ne torno nel mio letto ancora caldo e, sorridendo, mi accorgo che i cani hanno smesso di latrare.

3.

Il Chitarrista è un uomo che ha come amante e compagna la sua musica. Egli vive solo con il suo strumento e da esso trae ispirazione, conforto, allegria. Il Chitarrista ha l’animo trasparente e un poco inquieto tipico degli artisti, degli spiriti liberi, che vanno ovunque li porti la vita, sempre accompagnati dalla loro arte, unica costante. Il Chitarrista è il mio vicino di casa.
Poche parole, molti sguardi. Incontri fugaci, scambi epistolari, reciproca comprensione.
Una notte, tornando da una festa, stanca ed assonnata, lo udii, e il mio cuore fece un balzo, una piroetta, un inchino. Erano circa le due di notte e stavo salendo le scale quando udii una melodia in lontananza, un ritmo latino arpeggiato da mani esperte e amorevoli, mani capaci di esprimere l’armonia del vivere e del sentire con eccelsa professionalità.
Dapprima credetti fosse un disco, tanto era perfetta, ma poi mi resi conto che quella musica proveniva dall’appartamento del mio vicino, nottambulo in vena di creatività.
E mi fermai commossa ad ascoltare quei suoni limpidi e netti, quell’insieme di passione e dolcezza, una carezzevole ninnananna per il cuore di ogni donna o bambino che sappia ascoltare, che abbia ancora il desiderio di lasciarsi andare, di farsi cullare dall’universale ritmo vitale. Rimasi lì alcuni minuti, con gli occhi chiusi, e me lo immaginai, chino sulla sua chitarra, magari anch’egli con lo sguardo perso nei meandri del ricordo, a esprimere in note il suo amore per questa vita pulsante che ci scorre dentro, a volte furiosa, a volte tenera come una madre coi suoi piccoli. E, in cuor mio, ringraziai le mani e la corrente di vita di quell’uomo schivo ma sempre fischiettante, capace di tradurre in suono la vaga e persistente poesia che ognuno porta nell’anima.

4.

I giovani del paese hanno lo sguardo annoiato e di sfida tipico dei giovani di ogni città, di ogni parte del mondo, di ogni epoca.
Ti guardano di sfuggita gli abiti, le scarpe, il colore dei tuoi capelli poi tornano a ridere fra sè.
E tu, trentenne che vanti di dimostrarne molti meno, ti senti una nonna per loro, avverti già lo stacco generazionale, mentre in realtà vorresti ancora tingerti i capelli di viola e scrivere diari in cui confessare le paure e le ansie da crescita, quelle che non ti abbandonano mai, quelle che col tempo impari solo a controllare, gestire, tramutandole in piccole saggezze quotidiane.
Così li osservi sorridente e un poco timorosa, chiedendoti se ci sia ancora un modo per avvicinarsi a queste creature fragili e complesse senza sollevare polveroni, senza troppi scossoni. Ti domandi dove stia la zona franca nella quale ci si può incontrare, giovani e adulti, e nella quale ci si può parlare in assoluta armonia e schiettezza, senza pudori o rancori. E forse il modo c’è, e consiste nel mostrarsi come si è, senza ostentare a tutti i costi una onniscienza che non ci appartiene comunque. Perchè siamo tutti qui per imparare qualcosa, e anche loro, teste rasate o appuntite o multicolori, hanno qualcosa da insegnarci, ancora e ancora. E così li saluti “Ciao ragazzi” e accogli con benevolente nostalgia il loro “Buongiorno signora” che sai ti rivolgeranno.

Barbara Pareti

  • biella
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