Racconti e poesie

Racconti brevi, aforismi e poesie scritti da autori biellesi

Giubileo. Nei ricordi biellesi

febbraio2016

L’Istituto “San Vincenzo” di Tortona era un grande complesso scolastico di considerevole livello, con tutte le scuole: dalle Elementari alle Medie, alle Magistrali. 1949-50. Era gestito dalle suore di Santa Giovanna Antida Thouret, le “suore cappellone”, come erano anche chiamate per quella loro divisa così complessa e imponente. Erano tutte laureate o diplomate. Insegnavano in collaborazione con insegnanti laici. Un Istituto all’avanguardia, con annesso collegio per le “educande”. Allora si diceva così. Era diretto da una suora di eccezionale competenza e bontà: Suor Eleonora. Gli assistenti spirituali erano ottimi sacerdoti: don Carlo Ferrari, raffinatissimo conoscitore d’arte, divenuto poi vescovo di Monopoli e di Mantova, padre sinodale al Concilio Vaticano II; don Aldo Del Monte, scrittore, divenuto poi Vescovo di Novara; don Ezio Cerruti, che allora si occupava , con la nostra prof. suor Agostina, di musica e canti.
Già in quegli anni si facevano conferenze con personalità celebri in diversi settori, come quello artistico, ad esempio; e conferenze e incontri sul “disagio dei giovani” e i loro problemi. Si eseguivano e si seguivano all’esterno spettacoli teatrali, ginnici, musicali .
In una lontanissima serata aveva diretto in Duomo l’oratorio “Il Natale del Signore” , l’ormai anzianissimo , ma sempre sublime, Lorenzo Perosi, con cantanti e musicisti della Scala di Milano.
Si studiava, con la malinconia di casa nel cuore, in un ambiente lieto, ma abbastanza severo. L’insegnante di francese, ad esempio, una nobile che era diventata suora, ci faceva passare davanti alla cattedra facendo un saluto in francese, con un breve inchino.
Un giorno la grande notizia: l’Anno Santo, 1950, il primo dopo la tragica II Guerra Mondiale. Il primo, ricordano gli storici, con “il movimento di massa”.
E fu così. Biella allora aveva due stazioni ferroviarie: Biella San Paolo con all’ingresso della piazza le due colonne sormontate dalle aquile che ora si trovano davanti allo Stadio, e Biella Centrale , che sorgeva dove ora si trova l’Esselunga.
C’era ancora il trenino per Oropa con la stazione di cui ora è rimasto soltanto l’edificio dell’Ente Turismo. Cominciava però il trasporto su gomma, gli autobus, cioè le corriere, che pian piano avrebbero sostituito tutti i trenini: per Oropa, per Vallemosso, per Andorno e la Balma, per Mongrando.
E anche il trasporto “su gomma” imperò nel tortonese. All’istituto San Vincenzo fu un fervore di iniziative per l’Anno Santo. Tutto l’Istituto si mobilitò per raggiungere Roma, lucrare la grande indulgenza del Giubileo, visitando le quattro basiliche di rito: San Pietro, San Paolo, Santa Maria Maggiore, e San Giovanni in Laterano.
L’attesa era però per la Basilica di San Pietro, dove si trova la tomba dell’Apostolo , primo successore di Gesù, la “pietra” su cui Gesù aveva fondato la sua Chiesa. E soprattutto avremmo visto il Papa, Pio XII.
Allora era tutto grande, tutto importante, tutto solenne. L’autorità era “autorità”, il “Papa” era intoccabile, inavvicinabile. Una schiera di coloratissimi e serissimi gendarmi , le guardie svizzere , proteggeva con lui, tutti gli ingressi alla stanze del Palazzo Apostolico in cui lui risiedeva.
Roma allora era una meta quale oggi potrebbe essere considerata, ancora per molti, l’America, New York, o il Giappone. Nei viaggi di nozze non si faceva ad esempio il giro del mondo, Roma era il massimo dei desideri. Molti si dovevano accontentare di un bel viaggio..a Stresa. E Parigi? Era il più acceso e audace dei sogni. Andare in Germania poi significava fare un viaggio molto lungo , anche difficile per via dei trascorsi bellici con l’Italia. Esclusa poi in assoluto la Germania dell’Est. Ma quanti potevano muoversi così?
Auto rarissime, soltanto per ricchi signori e imprenditori. La ferrovia Biella San Paolo- Novara, detta “degli industriali” viaggiava ancora con poderose e sbuffanti locomotive a carbone. I primi autobus erano grosse corriere che si inerpicavano verso Oropa e i paesi, facendo anche il sevizio postale. Molto più tardi, quando un po’ per volta e, in tratti diversi, arrivavano nei paesi, i nuovi pullman venivano accolti con tanto di Sindaco, nastro tricolore da tagliare, benedizione del Parroco, autorità e festa generale.
Cominciava così l’era moderna che avrebbe costruito treni velocissimi, jet, razzi , lem e droni , satelliti che avrebbero spinto l’uomo fin sulla luna.
A Tortona gli autobus che avrebbero dovuto portare quasi l’intero Istituto San Vincenzo a Roma per l’Anno Santo, erano tre. Gli autisti ancora con la divisa. In qualche caso anche i famosi “strapuntini”, i sedili in più che potevano essere collocati nella corsia centrale del mezzo. L’eccitazione per quello che si preannunciava come un evento era stata grandissima. Erano stati provati e riprovati canti, fatte preghiere, ricevute raccomandazioni. Anche con noi, che eravamo “le piccole”, c’erano le nostre insegnanti. Personalmente avevo ricevuto da mia mamma, che da ragazza aveva viaggiato molto e amava l’arte, le prime informazioni su Roma e le sue bellezze artistiche. Non so per quale arcana ragione però volevo vedere in particolar modo il famoso “Colonnato del Bernini” che racchiude come in un abbraccio Piazza San Pietro.
La partenza era stata eccitante: all’alba, dall’antica piazza tortonese di Palazzo Guidobono. Noi, i nostri sacchi, compresi i cestini da viaggio, i saluti dei genitori e i canti cominciati a gran voce . Erano venuti a sottolineare l’importanze dell’evento, anche “quelli della Radio” e avevano registrato i nostri cori, che i miei genitori avevano sentito anche in paese, a Zubiena.
Il Passo della Cisa, Radicofani con l’imponente castello, e poi giù verso Roma. Quale dovesse sembrarci allora “la Capitale”, è difficile da descrivere. L’emozione più grande era vedere da vicino e toccare con mano quanto avevamo conosciuto con serietà e severità dai libri di Storia. Roma era …ROMA!
Fuggono dalla mente tutti gli altri particolari, compresi gli Istituti in cui eravamo ospitati. Alla mia mente si affaccia soltanto la presenza in Piazza San Pietro. Il Colonnato finalmente, bello come mi era stato descritto e l’avevo immaginato. La piazza enorme, magnifica, solenne, con quel lungo cammino per arrivare alla porta della Basilica, che non finiva mai. “E’ tutto così perfetto che non percepisci esattamente l’effettiva distanza”, mi avevano detto. E così era stato. La basilica mi era sembrata enorme, tanto solenne e grandiosa da intimorire. Era gremita di gente all’inverosimile.
Era solenne anche la musica, come lo erano i canti che precedevano l’arrivo del Papa. L’attesa era stata lunga ed emozionante. Poi la cerimonia, la Messa , la preghiera solenne, la benedizione.
Ed ecco il Papa infine, che tornava dall’altare per il saluto ai fedeli: Pio XII, il principe Pacelli. Avanzava sulla sedia gestatoria, che procedeva lentamente, portata in spalle da numerosi e robusti portatori. Noi eravamo tutti assiepati presso le lunghe transenne che segnavano quello che sarebbe stato il suo percorso. Il Papa vestiva paramenti liturgici riccamente ornati di ricami preziosi. Aveva in capo la tiara. Accanto a lui reggevano il flabello. Avanzava benedicente tra la folla che pregava e applaudiva . Ieratico, pareva una statua . Il volto esile, scavato, i grandi occhiali. Le mani scarne, levate in un gesto di benedizione. Appena un sorriso. Don Carlo Ferrari,il nostro cappellano , quello “delle piccole”, a un certo punto mi sollevò in alto perché potessi vederlo meglio.
Poi la processione, che doveva concludere la Messa solenne celebrata all’altare centrale della Basilica, sulla tomba di San Pietro, si dileguò tra la folla immensa che si accalcava nella chiesa.
Il ricordo si ferma qui. Il passaggio attraverso la Porta Santa con in cuore la certezza del “perdono” la remissione totale del debito accumulato con le colpe. La commozione di fronte ad un evento che , quando ancora la televisione, che oggi diffonde le immagini da una parte all’altra parte del mondo, e perfino dalle stelle e dai pianeti dell’universo, non c’era, lasciava quasi stordito il cuore.
La basilica di San Pietro, che “avrebbe potuto contenere tutte le altre chiese del mondo” il cui perimetro era segnato sul pavimento; la sua enorme cupola che pareva riversarsi sul Baldacchino del Bernini come una grande stella; le statue bellissime e la celebre Gloria del Bernini , in cui si elevavano le immagini dei Santi quando venivano canonizzati , con la grande sedia (che a me pareva bruttissima) e simboleggiava la Cattedra di San Pietro. Le avrei riviste, e anche studiate nel tempo. Mi sarebbero rimaste nel cuore.
Ci fu poi la vista di rito alle basiliche indicate: la monumentale e gelida San Giovanni in Laterano, antica sede del Papato; l’affascinante Santa Maria Maggiore con la bellissima scalinata che fascia la parte absidale e all’interno la miracolosa effige della Madonna della Neve, e i ricchi mosaici.
Solo molti anni più tardi avrei scoperto che in quella chiesa, sotto un semplice gradino di marmo della balaustra dell’altare maggiore su cui è inciso soltanto il nome , si trovava la tomba del mio grande ammiratissimo Bernini , signore del barocco della Città di Roma.
La basilica di San Paolo, quindi, grandissima, a cinque navate, con più colonne di un bosco, e il magnifico Cristo benedicente che occupa tutto il catino dell’abside e ha ai suoi piedi, piccolissima, l’immagine del Papa che aveva voluto il mosaico. E soprattutto la tomba dell’apostolo San Paolo.
Avevamo visitato anche le Catacombe, alla fine, non senza un po’ di paura per il grande buio e il silenzio in cui si affacciavano le tombe vuote. Ricordo con quanta fede, molto nascostamente avevo portato via un pizzico di quella terra scura che aveva ospitato i martiri, ricordando che un giorno, all’interno della croce di qualche antico rosario della mia casa avevo visto, collocato come una reliquia, un filo di terra “ex catacumbis”.
Avevamo poi visitato tante altre famose bellezze di Roma, fra cui la strepitosa Fontana di Trevi in cui avevamo gettato la classica monetina che “avrebbe garantito un prossimo ritorno”. Il resto del viaggio si perde nei ricordi. Avevamo visto Firenze, forse, dall’alto di Piazzale Michelangelo. L’emozione del Giubileo però a questo punto era accompagnata dalle risate e dai canti, immancabili, che si mescolavano al rumore dei pullman sulla strada e che, come avviene anche ora, disperdono nel tempo l’allegria irrefrenabile degli anni giovanili.

Maria Teresa Molineris

Profumo

novembre2015
Arriva, perforando il bosco,
anche fin qui,
l’arrancare produttivo dei telai.
Si disperde tra le foglie di frassino e d’acacia.
Tace. Riprende. Tace.
Pulsazioni dalla terra al cielo.
Ah, queste frecce, che arrivano sbalestrate –
d’un sapore di lana vaporata,
di cuoio e di cartone, di premura,
di attenzione, di perfetta sincronica notazione!
Rino lavorava in magazzino,
dietro l’angolo del montacarichi –
poi la ditta ha chiuso, con la gloria
negli armadi, le rimanenze di filato e
i suoi colori, con nomi di città o di fiume,
di fiore o di nazione.
La ditta ha chiuso, la ditta è morta –
nessuno ha rilevato il marchio.
Siamo stati – noi – in quegli uffici,
in quei magazzini, a quelle scrivanie di metallo?
Percepimmo lo stipendio, forse il primo.
Cominciammo a sognare, aprendo le buste,
a fine mese – cominciammo a respirare
ed era il il profumo della lana,
del follone e della ramma.
Orditura tessitura, finissaggio.
Filatura, tintoria, torcitura e magazzino.
Qualcuno acquistava lana sucida in Australia
e in Argentina.
Ora arriva – perforando il bosco – tra i frassini
e le acacie, il profumo di lana – vaporizzata,
portato dal respiro dei telai. Tace – riprende – ritace.

 

Walter Tresoldi Strona, walter@consulware.it

Le tignole

novembre2015

Non accumulate tesori sulla
terra ma nel cielo, dove né
tignola né ruggine consumano

Si nutrono di lana, le tarme o tignole.
Rubano l’antico tappeto cinese
e lo restituiscono sotto distrutte, altre,
polverose forme. (Rassegnarsi convien).

Arringare le tarme, coinquilini silenti,
è opera inane e di ineludibile scortesia –
è come vagare tra i neuroni a cercare
l’idea, quella giusta, che definisce tutto.

Doviziosamente stomacato
da tanta protervia, incremento l’apatia
e non programmo interventi mirati.
Pongo speranze nella loro bassa natalità.

Come le bestie, i poeti fanno versi.
A volte belati – raramente ruggiti.
La tarma forse parla altra lingua, diversa.
Quella del tempo, di mestiere collega.

 

Walter Tresoldi Strona, walter@consulware.it

Se la tagli

novembre2015

Se la tagli -l’erba- profuma ancora
quasi di maggese.

Vanno cumulate e bruciate le foglie
accartocciate e riarse.

Salendo tra i rami il fumo crea mosaici
densi e tremolanti.

E’ un clima di tardive risposte
ma tu vai con la valigia sfatta

e carica ancora di aspettative
senza nessun senso di rimpianto.

Hai adempiuto – hai completato tutto
senza pericolose sospensive.

Se tagli l’erba – che pare ed è ancora fresca –
ti aspetti che ricresca.

 

Walter Tresoldi Strona, walter@consulware.it

Il santo* con la pipa

novembre2015

Oggi – per alito d’aria – nevicano petali bianchi
e Tu sei là – Tu mi osservi dalla cima.
Tu mi guardi – grande e silenzioso dalla cima.
Tu mi vedi da quel cielo ormai di perla.
Dalla mia ragnatela di mancate melodie
per troppa luce io ti scorgo appena.
E non riesco ad attingere al pozzo di parole
per mormorare qualcosa di sensato e d’importante.

Verso l’alto – Verso l’alto – dici – ma –
timidamente e trepidante – un po’ avanzo e un po’ indietreggio –
davanti al tuo sguardo acuto e profondo e vero.
Con istintivo rispetto – accetto dai tuoi monti pace leggera e calda.

Hai la vista di chi contempla in un unico vedere
sia l’inizio che la fine delle cose e dei destini.
Hai certezza da donare.
Principio estremo che corrisponde ai nostri cuori inquieti.

Hai conquista di montagne e hai l’anima colma di vittorie.
La vetta s’ama o si disprezza o -peggio- la si scorda.
La si scorda con l’ignoranza dei superbi – eroi di carne morta.
Noto che osservi con fierezza – la pipa tra i denti ai monti volta.

 

(* Licenza poetica)

Walter Tresoldi Strona, walter@consulware.it

Il merlo dei cassonetti

novembre2015

Prosegue la canalizzazione di rumori,
di suoni e di parole:
ormai
lo squallido
impera dai cassonetti
e dirige i guardi
in angoli privi di buona volontà – ammosciati.

Appurato ciò, rigiriamo la posizione e
– mamma mia! –
il merlo torna a chiocciare,
basso, nel pulviscolo di pioggia fredda.

Ed è proprio in quel punto,
dove edera e piante malaticce
sono lisciate dall’umido,
che scatta la scintilla frenata
e titubante
che innesca la ripartenza
– l’ennesima ripartenza –
latente, ma sincera e congrua.

Gratuitamente si alza il sipario delle nubi –
sorride un sole, timidamente.
Gigante di solitudine luminosa
che abbraccia, sconfigge e penetra nel grazie
e negli occhi del grazie e nel pane del grazie.
Gratuitamente.

 

Walter Tresoldi Strona, walter@consulware.it

Pinus sylvestris

ottobre2015
Operatore a volte iniquo di giustizia cerebrale –
ogni tanto atterro su radure sverginate
e su paesaggi contaminati dalla gente.
Nella gente mimetizzo il mio arrancare.

Vorrei – nel frattempo – fulminare l’increanza –
strappar le unghie a sozzura e nefandezza
e all’invisa arroganza degli intemperanti
e poi – con calma – riprendere ad amare.

Adesso – caro pino – sotto il ciglio della strada
con compagni secolari – canti.
Un mormorio basso e lineare – un sentimento
pronto a decollare – un contrabbasso santo.

Nel sottobosco scoiattoli tra gli aghi –
spiriti agitati sempre pronti a trastullare –
saltellano di pigna in pigna come pesci
di un mare che insegue il vento – ondulando le spianate.

La cappella diroccata – testimone d’anni
e di passaggi – mostra facce di pastori sgretolate
mostra santi con aureole ammezzate
e pazienza accumulata sotto ardesia e umido di monte.

La statuina bianca – ch’era azzurra – dell’Ausiliatrice
forza un sorriso – colmo di benevolenza
corroso da preghiere – da accenti lacrimati
da suppliche e da ringraziamenti antichi.

Tu sei Pino, fratello dell’abete
e tu sei Laurus – che ogni anno ingigantisce.
Non so bene come, ma sono arrivato a contattarvi.
Il mio saluto vi suonerà di strana sintonia.

Vi richiamerò di certo –
quando – spero – il vostro fiato sarà anche il mio
e non sospireremo invano – invocando poesia.
Vi tratterrete un momento e parleremo.

 

Walter Tresoldi Strona, walter@consulware.it
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