La gloria a Dio, il piacere agli altri, il sacrificio a me

Venerabile Oreste Fontanella Nel 2012 ricorre il ventennio della proclamazione a Venerabile di Don Oreste Fontanella, un sacerdote che è gloria della Diocesi di Biella. Nel dicembre 1991 è stato presentato un documento della Congregazione delle Cause dei santi perchè fosse approvata l'eroicità delle Virtù di questo sacerdote biellese che con infinita pazienza sapeva ascoltare, incoraggiare ed essere concreto.

Primo di tre fratelli, era nato a Strona (18 Km. da Biella), nel dicembre 1883. Nove anni dopo, il 29 dicembre 1892, muore la mamma. Il padre, Federico, prese a sentire tanto triste la visione di quel vuoto, in quella casa, in quel paese: e nel 1893 andava a cercar lavoro in Australia, lasciando Oreste, Guido e Remo presso i nonni paterni.

Scriverà a un confratello che aveva perso la mamma: «La mamma non muore mai, specialmente per noi sacerdoti. Credilo, io l'ho sperimento da tanti anni». Nel 1896 entra in Seminario. Durante il corso teologico così confidò al conterraneo Remo Cappio: « Il nonno e la nonna, occupati in casa, m'avevano lasciato solo nel loro negozio. Ero abbastanza pratico a pesare un chilo di pane o dar due soldi di fettuccia. Erano quelle le ore morte per il negozio: e, se veniva un po' di gente o non sapevo sbrigarmi, chiarnavo la nonna. Quel mattino da un bel po' nessuno era venuto e io godevo il tempo a leggermi un libro, quando ecco un avventore: un frate dalla bella barba lunga. Veniva alla questua per le loro missioni. Mi fece vedere vari opuscoli di propaganda missionaria e mi regalò delle immagini. Cosa dargli? Ebbi un lampo... non ci stetti su a discutere: aprii il cassetto del banco, presi la scodella di legno dov'erano i soldi e la rovesciai nella borsa del frate. « - Ma i denari non erano tuoi - interruppe Cappio -; e poi, c'era molto? « - Era più della metà della scodella, e tra il rame c'era anche qualche moneta bianca. Quando venne la nonna confessai il mio slancio, ed essa mi disse: - Hai fatto bene. « Non l'ho dimenticato mai più e a questo attribuisco la grazia della mia vocazione ».

Il 29 giugno 1907 veniva consacrato sacerdote al Santuario di Oropa. Ventiquattrenne, torna alla sua Strona come viceparroco; per due anni. Nel 1909 viene destinato a Biella, alla cura spirituale dei seminaristi e chierici, pur essendo tanto giovane: 26 anni. Una vecchietta di Lessona, che aveva capito a suo modo, comunicava alle amiche la notizia dicendo: «Lo hanno nominato debitore spirituale. Ma che debiti spirituali può avere D. Oreste che è un angelo?».

Luglio 1916: don Fontanella sveste l'abito talare per indossare il grigioverde. La guerra. Aveva trentatre anni, nove di sacerdozio. Destinazione Torino: Ospedale militare. Presentò due volte domanda per la zona di guerra: inutilmente. Scrive Mons. Vaudagnotti: «Si vedeva che le mansioni di aiutante di sanità e le lunghe sedute di laboratorio microbico non erano il suo sogno, perchè egli aveva giustamente il cuore a quelle mansioni sacerdotali da cui eravamo stati strappati».

Con l'anno scolastico 1919-20 si ricomincia. Gli alunni, reduci dai campi di guerra e dalle caserme abbisognano di molta comprensione e molto tatto: tutt'attorno è un brivido di rivolta nel mondo, con ripercussione sotto le volte del Seminario stesso. La furia antíclericale rende perplessi i genitori nel concedere ai figli di seguire la loro vocazione: livello economico basso, nelle famiglie come nel Seminario. Don Oreste tornò al suo compito con angoscianti responsabilità. Reclute nel ginnasio scarsissime: si delineava lo spettro d'una diocesi senza sacerdoti. Non importa: megtlio pochi ma che siano veri sacerdoti. L'eco di questo periodo amaro si trova nel suo Libro delle Messe, in una nota che fu possibile vedere solo dopo la sua morte. Fu un momento così opprimente che se ne ammalò. Quando nel 1924 muore, al Cottolengo di Biella, uno sconosciuto sacerdote, in estrema miseria e svanito d'intelligenza, il corteo funebre è costituito da pochi ricoverati e due preti in preghiera: don Fontanella e un confratello da lui invitato con queste parole: «Vieni, è un sacerdote: non sappiamo cosa toccherà a noi».

La vita in seminario aveva problemi economici, il cibo scarseggiava, don Oreste soffriva, umiliato, sentendo gli echi del malcontento. Interveniva, non potendo diversamente, passando di nascosto uova fresche e ricostituenti, anche costosi, ai più debolucci. Riforniva di abiti nuovi, mantelli, talari, soprabiti, cancelleria, contributi di pensione: tutto di nascosto.

Soffriva, anche se riusciva quasi sempre a nasconderlo, terribili emicranie, per cui doveva tralasciare i pasti. Non tralasciava però mai il suo lavoro. Avrebbe dovuto seguire un regime d'alimentazione accurata quale non era attendibile da una cucina di seminario. Rimediava come poteva con una tazza di caffè in camera.

Passando gli anni le poche confidenze sulle sue sofferenze cessaro completamente, proprio mentre i disturbi si facevano sentire più pesanti. Negli ultimi suoi mesi fu sorpreso nella Chiesa di S. Cassiano, ai piedi di Gesù, in pianto dirotto e lungo. Pensava d'essere solo. Appena senti che qualcuno era presente, si ricompose, s'alzò ed uscì. Il diabete, costatato poi nell'ultima malattia, doveva esser entrato da molti mesi, forse da anni, in quel corpo tribolato. Forse ignorò d'averlo, sopportando in pace malessere, sete, mal di capo, dolori violenti di schiena, che parvero voler incurvare la sua persona; o, se lo seppe, non lo manifestò a nessuno. Non si pose a regime, non fece cure di sorta: solo diminuì e, nei pasti serali quasi abolì, l'uso del pane, dicendo che gli dava disturbi. Nel marzo del 1935 un chierico venne colpito dalla polmonite e ridotto agli estremi. Il giovane gli aveva detto: « Signor Direttore, ho la polmonite: mi prepari a ben morire». Gli disse D. Oreste: « Sai che t'invidio? Quando sarai in Paradiso mi prenderai presto con te, nevvero? ». « No, Signor Direttore, lei fa troppo bene qui, e finchè sarà capace di farne, pregherò il Signore di lasciarla qui ». Al momento della morte, 26 marzo 1935, e dei funerali, emerse la fama di santità di cui già in vita era circondato.

Giorgio Gulmini - 02 maggio 2002

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