Don
Oreste Fontanella
debitore
a tutti
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LA GLORIA A DIO
IL PIACERE AGLI ALTRI
IL SACRIFICIO A ME
Nel 2002 ricorre il decennio della proclamazione a Venerabile di Don Oreste Fontanella, un sacerdote che è gloria della Diocesi di Biella. Nel dicembre 1991 è stato presentato un documento della Congregazione delle Cause dei santi perchè fosse approvata l'eroicità delle Virtù di questo sacerdote biellese che con infinita pazienza sapeva ascoltare, incoraggiare ed essere concreto.
il suo spirito
- Dare, dare tutto di noi stessi: il nostro tempo, il nostro denaro, la nostra vita
- Profonda convinzione che il bene avrà sempre ragione, che il nostro sacrificio vincerà.
- Fare sempre tutte le cose con umiltà, soffrendo se occorre, per amore di Gesù benedetto, confidando nella buona Mamma di Oropa. Questa è la via dei Cielo
- Il mondo è folle e cattivo: promette tante cose belle e non le ha per darcele
- Accetta con umiltà e con abbandono in Lui il tuo Calvario e, se talvolta ti senti morire, ricorda che Gesù, quando è morto, ha salvato il mondo
- Con Gesù vale più un granello di confidenza che una montagna di paura
- Gesù dei Getsemani, è il nostro Gesù
dati
biografici
1-12-1883: Nascita a Strona Biellese.
28-12-1892: Muore la mamma.
5-10-1896: Entra in Seminario a Biella.
29-6-1907: Consacrazione sacerdotale al Santuario di Oropa.
18-7-1907: Viceparroco a Strona.
3-10-1909: Direttore Spirituale al Seminario.
16-7-1916: Servizio militare presso l'Ospedale Duchessa Isabella di Torino.
28-1-1919: Riprende in Seminario il suo incarico.
27-9-1933: Offre la vita per il Seminario.
26-3-1935: Spira santamente verso le 3.
11-4-1957: Inizio del Processo Diocesano.
14-10-1967: Apertura del Processo di Beatificazione a Roma.
Primo
di tre fratelli, era nato a Strona (18 Km.
da Biella), nel dicembre 1883.
Una sera, nell'ora che la mamma raduna i suoi piccoli davanti alla Madonna
Bruna per la recita del rosario, Oreste è triste e non prega. La mamma,
pur notando, continua con ancor più fervore a dire le Ave, quando il
piccolo scoppia in pianto.
- Mamma, perdonami.
- Prega, figlio mio!
- Ma, mamma: non posso pregare: la Madonna non mi sorride più... Mamma,
mi perdoni?
- Se vuoi il mio bacio di perdono, devi pro mettere che non farai più
capricci. Pensa che non hai offeso me, ma la Madonna... Lo vedi questo rosario?
E' bagnato dalle lacrime della tua mamma. Sarà tuo se cercherai con
tutta la volontà di emendarti.
- Sì, mamma: lo prometto, qualunque sacrificio, purchè mi dia
il rosario. Intanto grazie del perdono!
Dirà
ai suoi uditori: « Fui salvato dal comune naufragio per questo Santo
Rosario bagnato dalle lacrime della mia mamma ».
Nove
anni dopo, il 29 dicembre 1892, la missione
di quella santa mamma si spostava: dal cielo avrebbe tenuto vicino il suo
Oreste abituandolo a guardare verso l'alto, ma nella casa restava un grande
vuoto. Il padre, Federico, prese a sentire tanto triste la visione di quel
vuoto, in quella casa, in quel paese: e nel 1893 andava a cercar lavoro in
Australia, lasciando Oreste, Guido e Remo presso i nonni paterni.
Quale
vuoto nel mondo semplice e bello, anche se povero, d'un tempo! Ogni giorno
D. Oreste reciterà la preghiera dell'orfano che gli suggerirà
una buona Suora all'Asilo Infantile. Scriverà a un confratello che
aveva perso la mamma: «La mamma non muore mai, specialmente per noi
sacerdoti. Credilo, io l'ho sperimento da tanti anni».
Nella sua stanza, teneva la foto della mamma, vegliata da un fiore e un lumino.
In una lettera che scrisse al padre lontano, il 4 ottobre 1896, alla vigilia
dell'ingresso in Seminario (lettera che il padre conserverà sempre
religiosamente), leggiamo: « ... anche la mamma aveva sempre il desiderio
di farmi prendere il corso che ora sto per fare. E quando ella mi vedrà
entrare
nel Seminario... chissà quanto ne gioírà dal
cielo!
».
Durante
il corso teologico così confidò al conterraneo Remo Cappio (poi
P. Trappista a Roma): « Il nonno e la nonna, occupati in casa, m'avevano
lasciato solo nel loro negozio. Ero abbastanza pratico a pesare un chilo di
pane o dar due soldi di fettuccia. Erano quelle le ore morte per il negozio:
e, se veniva un po' di gente o non sapevo sbrigarmi, chiarnavo la nonna. Quel
mattino da un bel po' nessuno era venuto e io godevo il tempo a leggermi un
libro, quando ecco un avventore: un frate dalla bella barba lunga. Veniva
alla questua per le loro missioni. Mi fece vedere vari opuscoli di propaganda
missionaria e mi regalò delle immagini. Cosa dargli? Ebbi un lampo...
non ci stetti su a discutere: aprii il cassetto del banco, presi la scodella
di legno dov'erano i soldi e la rovesciai nella borsa del frate.
« - Ma i denari non erano tuoi - interruppe Cappio -; e poi, c'era molto?
« - Era più della metà della scodella, e tra il rame c'era
anche qualche moneta bianca. Quando venne la nonna confessai il mio slancio,
ed essa
mi disse: - Hai fatto bene.
« Non l'ho dimenticato mai più e a questo attribuisco la grazia
della mia vocazione ».
Il
costo del Seminario, per quanto tenue, era
comunque un grave ostacolo per chi ha la sola ricchezza di due braccia. Un
aiuto provvidenziale venna da Suor Battistina, delle Albertine di Lanzo, maestra
dell'Asilo, che D. Oreste chiamerà: (1927) «parte necessaria
all'adempimento della mia vocazione negli anni più difficili».
Il
29 giugno 1907 veniva consacrato sacerdote per mano del nuovo Vescovo Mons.
G. A. Masera al Santuario di Oropa. Ventiquattrenne, sacerdote, torna alla
sua Strona come viceparroco; per due anni.
Nel 1909 viene destinato a Biella, alla cura spirituale dei seminaristi e
chierici, pur essendo tanto giovane: 26 anni. « Di questo difetto si
correggerà ogni giorno », conclude il Vescovo. Quando la notizia
raggiunge lo zelante vicecurato, si affretta verso il Santuario di Oropa a
pregare la Madonna: « Fatemi piuttosto morire, ma non permettete che
io diventi Direttore dei Chierici».
Ma in virtù di santa ubbidienza il Vescovo ingiunge: «E ora va
a disdire presso la Madonna quella domanda».
Una
vecchietta di Lessona, che aveva capito a suo modo, comunicava alle amiche
la notizia dicendo: « Lo hanno nominato debitore spirituale. Ma che
debiti spirituali può avere D. Oreste che è un angelo?».
Un
giorno - quando la fibra sarà spezzata - a un amico che gli ricorderà
la frase della vecchia quintina Regis, egli cambierà il singhiozzo
in sorriso e si farà coraggio, per essere ancora debitore, per pagare
ancora.
Un prete novello (siamo nel 1930), dopo celebrato in Seminario, assistito
da D. Oreste, rivolge alcune parole ai compagni: « Noi siamo giovani:
anzi prima d'esser giovani, siamo stati fanciulli. Ora un fanciullo ed anche
un giovane hanno bisogno d'un essere essenziale; altrimenti la loro formazione
è incompleta: la mamma. La nostra mamma, che tiene il posto di quella
quasi bianca che vegliava per noi accanto al focolare pregando, è sempre
stato lui: il nostro Direttore... ».
D. Fontanella sentì tale discorso dalla sacrestia e scoppiò
a piangere. Richiesto perchè fosse così esageratamente materno
coi ragazzetti del Seminario, i quali ne profittavano, rispose: « Ho
provato ad aver male
quand'ero piccolo anch'io: e nessuno mi badava.
Fatto Direttore, la sua camera sarà aperta sempre, giorno e notte:
la luce si spegnerà solo a tardissima notte: pronta a illuminarsi per
chiunque timidamente bussasse a quella porta.
Luglio
1916: D. Fontanella svestiva la talare per indossare il grigioverde: la guerra.
Aveva trentatre anni, nove di sacerdozio. Destinazione Torino: Educandato
Duchessa Isabella, trasformato in Ospedale militare. Presentò due volte
domanda per la zona di guerra: inutilmente.
Scrive Mons. Vaudagnotti: «Si vedeva che le mansioni di aiutante di
sanità e le lunghe sedute di laboratorio microbico non erano il suo
sogno, perchè egli aveva giustamente il cuore a quelle mansioni sacerdotali
da cui eravamo stati strappati ».
«Voi Biellesi avete don Fontanella », esclamò in quei giorni
il Servo di Dio D. Albera parlando col can. Buscaglia: « Ah che prete!
che prete! che prete! ».
E il suo Seminario a Biella? Uno strazio! Seminaristi ridotti al minimo e locali quasi integralmente adibiti ad Ospedale.
Con l'anno scolastico 1919-20 si ricomincia. Gli alunni, reduci dai campi di guerra e dalle caserme abbisognano di molta comprensione e molto tatto: tutt'attorno è un brivido di rivolta nel mondo, con ripercussione sotto le volte del Seminario stesso. La furia antíclericale rende perplessi i genitori nel concedere ai figli di seguire la loro vocazione: livello economico basso, nelle famiglie come nel Seminario. Disperare?
Don Oreste tornò al suo compito con angoscianti responsabilità.
Nessuno si azzarderà di accedere agli Ordini sacri, e neppure di indossare
l'abito sacro, senza la sua parola assicuratrice. E questa parola egli la
negò in coscienza a qualcuno che la desiderava.
Candidati pochi, reclute nel ginnasio scarsissime: si delineava lo spettro
d'una diocesi senza sacerdoti. Non importa: pochi ma veri sacerdoti.
L'eco
di questo periodo amaro si trova nel suo Libro delle Messe, in una nota che
fu possibile vedere solo dopo la sua morte. Fu un momento così opprimente
che se ne ammalò tanto da far temere per la sua vita, era nell'inverno
dell'anno scolastico 1921-22.
Guarito, pregò il Vescovo d'essere esonerato da quel compito che trovava
troppo pesante.
Nel 1924 muore, al Cottolengo di Biella, uno sconosciuto sacerdote, vissuto lunghi anni lontano dalla patria, in estrema miseria e svanito d'intelligenza. Un corteo funebre costituito da pochi ricoverati e due preti in preghiera: D. Fontanella e un confratello da lui invitato espressamente per strada: «Vieni, - gli aveva detto D. Oreste: - E' un sacerdote: non sappiamo cosa toccherà a noi».
Si sa, i seminari non navigano nell'abbondanza e, a quei tempi, i sacrifici
più umilianti dominavano la cucina. D. Oreste soffriva, umiliato, sentendo
gli echi del malcontento. Interveniva, non potendo diversamente, passando
di nascosto uova fresche e ricostituenti, anche costosi, ai più debolucci;
come riforniva di abiti nuovi, mantelli, talari, soprabiti, cancelleria, contributi
di pensione: tutto di nascosto.
Narra un giovane sacerdote: «Una sera alle otto suona la campana della
cena. Io gli seggo accanto nella sua camera. - Vanno a cena! - mi
dice; e mi guarda con occhi di un'espressione ìndicibile...
Io avevo compreso. Mi stringe la mano... La povera cena dei suoi ragazzi ».
Dopo un burrascoso scontro, in una circostanza triste e grave nella vita del Seminario, al mattino, verso le cinque, si affrettò verso la chiesa di S. Filippo, cercò un suo giovanissimo sacerdote e non appena entrato nel suo studio, disse: «Lasciami sfogare davanti al Crocifisso! » e si inginocchiò e diede in pianto dirotto.
Soffriva, anche se riusciva quasi sempre a nasconderlo, terribili emicranie,
per cui doveva tralasciare i pasti. Non tralasciava però mai il suo
lavoro. Avrebbe dovuto seguire un regime d'alimentazione accurata quale non
era attendibile da una cucina di seminario. Rimediava come poteva con una
tazza di caffè in camera.
«Anno Santo 1933: 30 Agosto - 27 Settembre. Mese di Santi Esercizi»:
giorni, tanto sospirati e che mai aveva avuto il coraggio di permettersi,
temendolo di sottrarsi alle
sue responsabilità.
Dopo il mese di permanenza nella santa Casa degli Esercizi, D. Oreste portò
in cuore un segreto che non confidò a nessuno. Desiderò sentir,
non le parole della lode, ma quelle che si dicono a distanza per criticare...
Tornò
al suo Seminario ma mentre prima si permetteva qualche confldenza sulle sue
sofferenze ora non diceva più nulla, proprio mentre i disturbi si facevano
sentire più pesanti.
E fossero stati soltanto dolori fisici. Soffriva soprattutto lo spirito, per
vecchie e nuove difficoltà, per strane incomprensioni. Negli ultimi
suoi mesi fu sorpreso nella Chiesa di S. Cassiano, ai piedi di Gesù,
in pianto dirotto e lungo. Pensava d'essere solo. Appena
senti che qualcuno era
presente, si ricompose, s'alzò ed uscì.
Ci furono amici che fecero pressioni presso il Vescovo, perchè lo liberasse
da una carica che l'avrebbe ucciso; e gli affidasse una parrocchia come egli
tanto desiderava. Una sua timida domanda ebbe un rifiuto.
Due settimane circa, prima di morire, a un sacerdote, suo vecchio e fedele
amico, confidò una parte delle sue pene più gravi, e ruppe in
pianto lungo e amaro, senza accettar parola di conforto. Presagiva la fine
e così si lamentava: «Non si è voluto che uscissi dal
Seminario vivo: ne uscirò morto! Non ne posso assolutamente più:
sono stremato di forze ».
Il
diabete, costatato poi nell'ultima malattia, doveva esser entrato da molti
mesi, forse da anni, in quel corpo tribolato. Forse ignorò d'averlo,
sopportando in pace malessere, sete, mal di capo, dolori violenti di schiena,
che parvero voler incurvare la sua persona; o, se lo seppe, non lo manifestò
a nessuno. Non si pose a regime, non fece cure di sorta: solo diminuì
e, nei pasti serali quasi abolì, l'uso del pane, dicendo che gli dava
disturbi.
Anno
1934, 25° della sua missione di Direttore
spirituale del Seminario. Ascoltò pazientemente i complimenti, ma con
l'occhio aveva scoperta la presenza d'un seminarista malaticcio che era voluto
venire dal paese alla cerimonia. Si diede premura che fosse accompagnato a
casa in macchina a sue spese. Questo era D. Oreste.
Nel
marzo del 1935 un chierico venne colpito dalla polmonite e ridotto agli estremi.
Il giovane gli aveva detto: « Signor Direttore, ho la polmonite: mi
prepari a ben morire». Gli disse D. Oreste: « Sai che t'invidio?
Quando sarai in Paradiso mi prenderai presto con te, nevvero? ».
« No, Signor Direttore, lei fa troppo bene qui, e finchè sarà
capace di farne, pregherò il Signore di lasciarla qui ».
Racconta
il suo figlio spirituale Vittorio Scaramuzzi: «Era il 19 marzo 1935.
Mi disse di passare in camera sua. Vi andai. Era inginocchiato nell'inginocchiatoio
delle confessioni col capo tra le mani. Non mi sentì entrare, nè
io osai parlare. Ad un tratto si scosse, si scusò per avermi fatto
attendere rimproverandomi di non averlo interrotto: poi mi disse: " Vieni,
andiamo a prendere Gesù. Ci sono due suoi e miei amici che Lo attendono
". Uscimmo. Gli camminavo a lato pregando con lui. Poi a un tratto troncando
la preghiera disse: "Vedi: questi sono due miei amici cui ho sempre portato
Gesù tutte le feste, per cui ho fatto quotidianamente le spese. Da
domani non avran più nessuno".
Non capii che volesse dire, perchè non potevo pensare che D. Oreste
si esimesse da tale compito; ed egli aggiunse: " Ma non dire nulla a nessuno,
caro Vittorio. La Divina Provvidenza che fino ad oggi ha mandato me, troverà
domani il mio sostituto", e riprese a pregare sorridendo.
Tornammo a casa e l'accompagnai nella sua cameretta. Entrati che fummo si
sedette e mi pregò di fargli scaldare un po' d'acqua e fernet. Gli
chiesi se stava male.
"No, no", mi rispose. Poi, dopo un po': "Tu
non puoi capire". Furono le ultime sue parole che udii ».
Nonostante tutto, il mattino seguente celebrò l'ultima S. Messa: a
stento riuscì a distribuire le numerose comunioni, ma dovette essere
sorretto,
poi, dal sacrestano fino alla sua camera, dove si pose a letto. Fece chiamare
il P. Oddone, e ponendo le sue mani tra quelle dell'amico, gli disse: «Siamo
alla fine ».
« Signor Direttore: s'è stancato troppo a predicare e lavorare
».
« Non son le prediche e il lavoro che fiaccano lo stomaco » e
pianse. «Ho la polmonite », concluse.
Il
mattino del 24 gli venne suggerito di ricevere il S. Viatico e l'Olio degli
infermi. « Oh, che bella cosa mi dite! Dunque ho finito tutto: non mi
resta che andare col Signore. Passa presto questo mondo. Poi l'eternità.
Sempre col Signore! ».
Suonata appena la mezzanotte dal 24 al 25, disse: « Oggi è l'Annunciazione:
recitiamo l'Angelus ».
Volle che quel mattino fosse celebrata la Messa votiva per ottenere la grazia
di ben morire. Sul
far della sera, sempre al P. Oddone: « Domani
è l'anniversario della tua ordinazione. Vai, come di solito, a celebrare
ad Oropa? Non rimandare per me. Va domani e celebra la S. Messa in
vece mia. Sarà la mia ultima Messa alla cara Madonna. E se sarò
già morto, celebrerai ugualmente da vivo. Dal Paradiso ti restituirò
questa Messa... Addio! Sii buono. Ci rivedremo in Paradiso ».
Oropa, la sua Madonna, il Rosario della mamma, la benedizione e forza di tutta
la sua vita.
Quanti pellegrinaggi a piedi al Santuario e quello a piedi scalzi, nel cuore
della notte, con un gruppo di confratelli: tutti reduci di guerra.
Nel riordinamento della Cappella, avendo provveduto a collocare nell'abside
come in trono il S. Cuore di Gesù, ne aveva tolta la Madonna d'Oropa,
che immediatamente collocava proprio all'ingresso nel Seminario.
« Hanno detto che l'ho tolta dal trono per metterla alla porta. No!
Abbiamo voluto farla Padrona di casa ».
Chiunque entra in Seminario, per inviolabile consuetudine, vi recita l'Ave
Maria di D. Fontanella.
Verso l'una del mattino 26 marzo, fece l'ultima Comunione con evidente fervore, cui seguirono le preghiere per gli agonizzanti.
I
chierici, bruscamente svegliati, balzano dai letti
e scendono in Cappella dove li attendono i compagni rimasti lì in veglia.
Sfilano ad uno ad uno a baciare quella mano e ricevere un'ultima benedizione.
Su tutti D. Oreste posa uno sguardo beneaugurante. Alla fine D. Viotto gli
si avvicina e gli dice: «Grazie: grazie di tutto ».
«Che motivo c'è di ringraziare? ». Furono le sue ultime
parole.
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