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Carnevale
a Candelo: un po' di storia
Il
Carnevale è presente nella tradizione candelese con la leggenda
del Toulun e le sue maschere tipiche. Nel passato era un momento di aggregazione
importante perché i giovani, durante i mesi freddi, si trovavano
nelle stalle per preparare i carri e i costumi. Era un modo per stare
insieme e per divertirsi con poco.
Le
maschere
A Candelo vi sono due maschere tipiche: il Tulun che rappresenta
le origini contadine e, secondo una leggenda, si collega allorigine
del paese di Candelo mediante il tutolo della pannocchia. Il Tulun rappresenta
perciò il popolo di Candelo che viveva del lavoro dei campi. Le
altre due maschere, il conte e la contessa dYsangarda, affondano
le loro radici nella storia e precisamente ricordano i signori dYsangarda
che vivevano in una rocca fortificata, poi distrutta nel 1400, ai limiti
della Baraggia, su unaltura prospiciente la zona circostante. Mentre
il Tulun ricorda le origini popolari, il conte e la contessa si rifanno
alla nobiltà del luogo e al suo rapporto con il contado.
LA
BIANCA DAMA DELLE PIETRE DI ISANGARDA
Un piccolo sperone roccioso dove soffia lo spirito della brughiera, spazio
sacro in cima dove una donna conserva il fuoco acceso. Luomo si
riunisce a tempi fissi scanditi dalle stelle: a febbraio quando il sole
riprende la sua corsa, in maggio quando la linfa esplode nei rami, in
giugno quando il sole trionfa nella sua pienezza. Allora, e solo allora,
da quel piccolo fuoco sempre acceso si prendono i tizzoni per i grandi
falò che festeggiano la vittoria della luce, mentre la cantilena
delle storie sacre si perde intorno, nella grande selva di querce di Brianco.
Ysangarda nasce così, figlia del ricordo di gente antica che è
passata sotto le sue pietre, gente che si è fermata vicino alla
sua acqua e sulle sue coste leggendo il volo degli uccelli. Poche date
scandiscono la sua esistenza. Appare per la prima volta dallombra
della storia nel 1155, pezzo di terra abitato senza entità e senza
chiesa. Confini che si delineano in un tardivo 1473, tra il castello di
Cerreto e il territorio di Vigliano, il territorio di Benna, la strada
che lega Candelo con il feudo dei Biandrate di Montebelluardo e quella
che la lega a Candelo, con il rivo che lambisce le sue coste fino al monte
che dà il nome al territorio, là dove cè il
forno distrutto. Nel 1390 vengono ampliate le sue fortificazioni, palacium
e castrum, fondate da mani lontane prima dei fatti che contrappongono
i suoi signori, i Vialardi, ad Amedeo VIII. Sul bel volto di Ysangarda
si addensano eventi gravi, meno di centanni, ma densi per lassetto
feudale della regione. Lappoggio dato dai suoi signori a Facino
Cane, le scorrerie contro gli Avogadro di Quaregna, lepisodio del
1401 mutano i precari equilibri territoriali che si concludono drammaticamente
più lontano e più tardi, nella battaglia di Sandigliano
del 1426, quando cade il castello del Torrione, sconfitta definitiva dei
Vialardi. Le truppe del duca di Savoia sono forti e ben equipaggiate:
il Vaud da solo impegna 41 lance, circa quattrocento tra cavalieri e fanti,
però Aimone di Châteauvieil preferisce non spingersi fino
a Isangarda, pericolosa da raggiungere, inutile come battaglia, troppo
distante dagli accampamenti di Ivrea. La bella dama esce indenne, come
in fondo anche nel 1404 quando, ferita ma non arresa, è costretta
a patire lassalto vendicativo degli Avogadro appena passati sotto
le insegne di Amedeo VIII. Ma la battaglia di Sandigliano conclude anche
la sua esistenza storica: sotto le mura del castello del Torcile e coraggioso
delle piazze militari minori, dongione e cavaliere antico affiancati ancora
una volta: lultimo atto, perdente. Ceduta a Candelo nel 1433 dal
suo ultimo signore, Paramidesio Vialardi, i resti delle sue abitazioni
rapidamente abbandonati e lormai inutile insieme difensivo spariscono
e si consumano in una cava inesauribile per le abitazioni limitrofe. Ysangarda
rientra nelle pieghe della storia.
Il suo volto torna a sorridere. Riprende la sua corsa lieve, sfumata e
misteriosa, nella brughiera del lupo e del bandito, tra lo zoccolo di
cavalli lontani e i coltelli degli assassini annidati nella selva di Brianco,
ora più piccola e senza querce. Ritorna, maschera di carnevale
silente su terra arida e mossa, la dama di Sangarda, memoria della sua
origine sacra. Laccompagnano leggende sparse e brandelli di storia,
la fiera certezza di non essere mai appartenuta a nessuno: tutta gente
di passaggio, dai Vialardi che hanno marcato la sua esistenza, a chi è
venuto prima, a quelli che le sono passati a fianco senza vederla. Si
sono fermati intorno alla sua acqua e hanno superato il suo guado i Liguri,
i Celti, poi quei piccoli gruppi del nord dellEuropa affamati di
terra, le cui fiabe si perdono gli etimi della baraggia. Forse anche Ysangarda
di Montboissier in nel suo viaggio Italia sul finire del mille, si è
affacciata sulle sue pietre, alla ricerca della terra su cui fondare un
monastero, lasciando il ricordo del suo nome. Altri uomini sono tornati,
distruttori e ladri.
Le piante sono cresciute sui suoi resti di mura costruite su altre mura,
mattoni color delle pietre, pietre rosse come il mattone. Il tempo ha
marcato il suo volto, ma la sua leggenda Ysangarda la porta con sé,
fiera, scandendo con il suo nome le cose e i sentieri, ossessiva nella
sua imprendibilità, sepolta dal tempo, lui memore di lei. Tomaso
Vialardi di Sandigliano
LA
COMUNITA DI CANDELO E SEBASTIANO FERRERO
Se
si è letta la biografia di Sebastiano Ferrero (1483 1519)
non si può fare a meno di ammirare lattività di questuomo
che, al servizio sia del Duca di Savoia che del Re di Francia, si segnalò
come valoroso soldato ed acuto finanziere nei vari compiti che gli vennero
nel tempo affidati. Numerosissime furono le comunità che gli si
dedicarono senza che egli avesse fatto nulla perché ciò
accadesse; in altri casi fu invece Sebastiano stesso a sollecitarne la
sottomissione per assicurare alla propria famiglia un sempre maggiore
numero di possedimenti. Dal padre Besso aveva ereditato alcuni feudi,
ad essi egli stesso aggiunse nel Biellese quelli di Gaglianico, Candelo,
Benna, Zumaglia, Sandigliano ed altri in altre parti del Ducato sabaudo.
A tal proposito particolarmente interessante è una lite sorta tra
il Ferrero e la comunità di Candelo per il Ricetto e alcuni diritti
di signoria da lui vantati. Il Comune di Candelo apparteneva al Capitanato
di Santhià e con questo aveva in comune gli Statuti; nel 1387 esso
venne infeudato dal Duca di Savoia a Girardo Fontana per i lodevoli servizi
che questultimo aveva reso al padre del Duca. Nel documento di sottomissione
sono contenute le formule consuetudinarie e lordine agli esattori
di non riscuotere più i redditi, perché la popolazione li
avrebbe devoluti al feudatario.
I redditi consistevano in 100 fiorini doro che i 75 fuochi (famiglie)
dovevano versare; infatti dai conti effettuati nel periodo in cui la Comunità
era alle dipendenze della Castellania di Santhià si desumono 72
nomi di famiglie (Andrea Cagna, Giovanni Scanzio, Giovanni de Ugazio,
Antonio Ferraro, Antonio Scarella, Pietro Pessa, Martino de Pozzo,
).
Col passare del tempo e lavvicendarsi di vari feudatari, anche la
popolazione di Candelo era variata di numero, passando da 75 a 140 fuochi,
ma, nonostante ciò, era riuscita a non aumentare la quantità
di fiorini da dare al nobile Fontana. Sebastiano Ferrero, dopo aver acquistato
il feudo di Benna (1479), volse i suoi interessi verso Candelo ed iniziò
quellopera di accaparramento che lo portò a scontrarsi con
la popolazione candelese. Nel 1489 ottenne dai Fontana la metà
di Candelo con la successiva approvazione del Duca di Savoia; pochi anni
dopo si fece costruire in Ricetto una casa, e ottenne anche laltra
metà del Castello, e la giurisdizione e i redditi di Gaspare Fontana.
Dopo aver ottenuto tutto il feudo, Sebastiano iniziò a richiedere
il riconoscimento di una serie di diritti come legittimo successore di
quanti avevano avuto per anni ed anni in feudo il Comune; la comunità
però era troppo gelosa dei suoi antichi privilegi, ottenuti con
i sacrifici della sua gente, per cedere alle richieste.
Il Ferrero pretendeva:
a)Il versamento annuo ed in perpetuo di un ducato per famiglia
b)il mulino di Candelo
c)i diritti sul Ricetto ed anche un censo annuale di 21 ducati
d)che il Consiglio si riunisse solo in sua presenza nominasse notai o
consiglieri
e)infine la chiave del Ricetto, la riscossione delle multe e dei bandi
campestri
La
popolazione non si spaventò, ritenendo del tutto assurde le pretese
del Signore. Essa inoltre in grado di documentare come avesse acquistato
il terreno e costruito col proprio denaro il Ricetto, prima della dedizione
a Casa Savoia e di ribattere alle richieste di Sebastiano Ferreo. La causa
fu quindi portata davanti al Consiglio Ducale, dove il Signore di Bardazzano
propose alle parti di nominare due arbitri, la cui sentenza doveva essere
legge per entrambe le parti. Candelo nominò suoi rappresentanti
i signori Comino Scarella, Bartolomeo Scaramutia, Fabiano del Pozzo, Stefano
Baja, Giovanni Durando e Giacomo del Pozzo; come arbitri, daccordo
con il Ferrero, il Reverendo Fabiano De Baj e lo stesso Antonio De Sumonte,
Signore di Bardazzano.
Passò una settimana e il lodo venne pronunciato. Essi,
presa visione dei documenti, ascoltate le testimonianze, fatte le opportune
indagini, si pronunciarono a favore della Comunità di Candelo,
obbligandola solamente a versare ogni anno 100 ducati doro a Sebastiano
e ai suoi successori.
Respinsero invece tutte le altre richieste del Ferrero, riconoscendo alla
Comunità il diritto di proprietà del Ricetto e di quantaltro
preteso dal principe, imponendo a questultimo di pagare le tasse
per le terre acquistate nel comune, permettendogli però di mantenere
la casa allinterno del Ricetto. La vertenza terminò quindi
a favore dei Candelesi, che seppero sempre tener testa alle pretese dei
signori, finchè non poterono liberarsene.
(liberamente tratto da A. Roccavilla,
..) La Rivista Biellese
1927
13 febbraio 2004 - Tratto da un Comunicato Stampa del Comune di Candelo
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