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Sig. Oddone,
in che cosa consistono esattamente le sue ricerche?
Ho cominciato con le ciminiere: confesso di
essere interessato alle "storie minori", ai mondi poco indagati, poco
frequentati e che sono purtroppo destinati a sparire presto. Su questo
argomento non era mai stato scritto nulla, per questo vi ho dedicato un
po' del mio tempo. La ricerca sulle ciminiere inizia nel 1991/92: ho censito
il patrimonio biellese, le ho cercate e fotografate; le ho riportate su
una carta ed ho verificato l'esistenza della relativa documentazione in
alcuni archivi con l'aiuto dell'architetta Pavesi che ha cercato materiale
presso l'Università di Torino, Facoltà d'architettura. Il tutto è stato
ripreso e pubblicato sulla "Rivista Biellese" numero 2 dell'Aprile del
1998 e su "Fabbriche formato cartolina" - (autori vari) - edito dalla
Celid e curato dal DocBi.
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 Ritengo
che queste strutture siano davvero interessanti sotto l'aspetto ingegneristico,
e architettonico. Un paesaggio urbano con una ciminiera è fortemente
caratterizzato, "marchiato" da questo elemento che svetta in verticale.
Il Biellese aveva un
patrimonio veramente rilevante. Biella, tra la fine dell'800 e l'inizio
del '900, diventa una delle città più "turrite" d'Italia per via delle
fabbriche tessili che necessitano tutte di ciminiere di una certa dimensione
e di una certa altezza. Questo patrimonio è andato via via depauperandosi
perché la tecnologia, nel secondo dopoguerra, con il "tiraggio forzato",
permette di farne a meno.
Le ciminiere sono strutture sempre doppie: c'è una struttura cilindrica
interna in una struttura tronco-conica esterna per garantire un miglior
tiraggio, quindi vi è anche una notevole difficoltà nel costruirle,
soprattutto quelle di grandi dimensioni. Soltanto due erano le imprese
biellesi costruttrici, fino alla seconda guerra mondiale.
Credo che ci sia qualcosa d'epico nel costruire ciminiere che raggiungono
gli 80 metri con un unico operaio superspecializzato che sale di circa
un metro, un metro e mezzo al giorno, fino a quella altezza da brivido.
Non ci sono notizie in merito a
morti o crolli.
Mi preme salvaguardare questi patrimoni perché sono manufatti destinati
a scomparire finita la loro funzione.
Più tardi nasce il mio
interesse per le ghiacciaie, argomento trattato sulla "Rivista
Biellese" del mese di Luglio.
Sig. Oddone, che
cos'era una ghiacciaia?
Era una struttura necessaria a conservare il ghiaccio o la neve
compattata da utilizzare per la conservazione degli alimenti, per la
cura delle febbri, di alcune malattie e dei traumi. Erano "pozze", grosse
buche, in genere in mattoni, in doppia muratura, molto ben coibentate
ed esposte a Nord, con una parte nel sottosuolo (molto estesa) ed una
parte emergente. Veniva creato un corridoio chiuso in genere da due
o tre porte. Ogni comunità ne possedeva almeno una. Chi la possedeva
o la gestiva era obbligato a rifornire gli ospedali e gli ammalati.
Il ghiaccio si ricavava generalmente convogliando dell'acqua - che proveniva
da canali - in appositi bacini opportunamente adattati. L'acqua scorreva
dai canali ai bacini e gelava spontaneamente formando strati di ghiaccio
che venivano spaccati a blocchi, stoccati ed infilati nelle ghiacciaie.
La particolarità è che il ghiaccio durava per ben un anno, impilato
e protetto da isolanti naturali, in genere foglie.
Ma come facevano ad isolarle?
Curando l'esposizione e con la doppia muratura. Dovevano essere arieggiate
per via dell'umidità che scioglie il ghiaccio. Avevano chiusure doppie
o triple, in strutture dalle volte a mattoni. Da qui si capisce che
ci sono la conoscenza e la capacità necessarie a creare un manufatto
affascinante.
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E tutto questo, in quale
periodo?
Si va molto indietro nel tempo. La documentazione trovata negli archivi
dei Comuni biellesi è della fine del '600 fino all'avvento del frigorifero,
nel dopoguerra. Le ghiacciaie vanno in crisi con l'arrivo delle fabbriche
del ghiaccio che lo creano artificialmente. A Biella ce n'erano due, una
in Via Tripoli e l'altra in Via Matteotti.
Ha citato la neve
compattata...
Purtroppo qui siamo arrivati in ritardo.
In alcune aree di montagna si raccoglieva la neve ghiacciata. Soprattutto
le donne della Valle Cervo prelevavano il ghiaccio e lo trasportavano
a valle. Queste formidabili portatrici salivano di notte con le gerle,
caricavano la neve compattata e ormai trasformata in ghiaccio e la portavano
a valle dove veniva caricata sui carri, trasportata e distribuita. Ho
parlato con alcune donne che ricordavano le proprie mamme, le sorelle,
le amiche che, con quindici o sedici anni, facevano questo lavoro, ma
non sono più riuscito a trovare qualcuno che l'avesse materialmente fatto.
Salivano di notte, un po' per via delle temperature ed un po' perché ci
mettevano un paio d'ore a percorrere quelle distanze (il ghiaccio doveva
arrivare molto presto a valle).
Il tutto era rigidamente disciplinato da regolamenti comunali. Ad esempio,
a Vigliano, c'era una ghiacciaia dietro al Municipio. Tra Ronco e Vigliano,
in un boschetto, su un'altura che sembra un promontorio naturale, c'è
una ghiacciaia in pietra e mattoni, con un piccolo rio che corre…Le ghiacciaie,
cosa strana, non sono sparite: Candelo ne ha tre come Andorno e Sagliano
due. Alcune sono state trasformate, altre sono ridotte a pezzi però è
ancora un patrimonio rilevante. Le ghiacciaie dei castelli, ad esempio,
sembrava che fossero scomparse, invece Castellengo ne ha due, Gaglianico
una. Fra queste la migliore è quella del castello di Massazza.
Per la costruzione delle ghiacciaie - come per quella delle ciminiere
- era necessaria una tecnologia a dir poco "raffinata": la scelta del
luogo e del terreno, la muratura e la coibentazione.
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