Alessandro
La Marmora è l'ottavo dei tredici figli del marchese Celestino Ferrero della
Marmora, capitano nel reggimento d’Ivrea, e della contessa Raffaella Argentero
di Bersezio. Nacque a Torino alle 9.30 del 27 marzo 1799 e gli furono
imposti i nomi di Alessandro Evasio Maria; come padrino ebbe il fratello
Carlo Emanuele e madrina la sorella Cristina.
All’età di 10 anni, Alessandro venne nominato, con altri undici bambini, paggio
del principe Camillo Borghese, cognato di Napoleone e governatore dei possedimenti
francesi al di qua delle Alpi. Il 28 luglio 1814, al ritorno dei Savoia in Piemonte
dopo il periodo napoleonico, il re Vittorio Emanuele I nominò Alessandro Ferrero
della Marmora sottotenente soprannumerario nel reggimento delle guardie.
Nell’aprile del 1815 venne nominato sottotenente nei granatieri scelti. Alessandro
dimostrò sin dall’inizio dei suoi studi un vivo interesse per le discipline
scientifiche: il suo pallino era ottenere un fucile a retrocarica e per questo
lavorava assiduamente ad un tornio costruendo congegni meccanici. Nell'improvvisata
officina, una pompa rudimentale gli scoppia tra le mani causandogli un'ulteriore
ferita al volto. Il 22 agosto del 1817 gli venne conferito il grado di luogotenente
d’ordinanza nel medesimo corpo.
Il
19 gennaio 1822 Carlo Felice conferì «l’Abito
e Croce di giustizia della Sacra Religione dell’Ordine Militare dei Santi Maurizio
e Lazzaro a favore del Vassallo Alessandro Evasio Maria Ferrero della Marmora,
Luogotenente nel reggimento Granatieri Guardie».
L’anno seguente, il re Carlo Felice promosse il conte Alessandro della Marmora
capitano di categoria permanente per aver sempre soddisfatto «con esattezza
e sollecitudine a’ propri doveri e [per essersi mostrato] in ogni circostanza
animato da sentimenti di leale devozione» verso la Corona.
Dopo i moti del 1821, ai quali Alessandro si mantiene estraneo, vi fu un periodo
di relativa calma. Mentre la maggior parte degli ufficiali frequentano gli eleganti
ritrovi della capitale, corteggiando le giovani dame, Alessandro La Marmora
consacra il tempo libero alla caccia ed agli studi. L'esercito piemontese era
ricco di gloriose memorie e celebre per i suoi condottieri, ma l'epopea napoleonica
ha sconvolto gli eserciti e la loro preparazione. Così si esprime col fratello
"Non sanno sparare, non sanno marciare, né sanno di manovre. In compenso
lucidano la divisa tutti i giorni".
Alessandro
studia a fondo, mediante continue marce in montagna, le valli della cerchia
alpina biellese, le boscaglie e le colline (oltre ad essere un esperto cacciatore
è anche un formidabile camminatore, tanto che si reca spesso da Biella a
Torino a piedi), e si rende conto della necessità di creare un nuovo strumento
per superare le constatate difficoltà che si presentavano all’offesa e alla
difesa dei confini dello Stato.
Per mettere a punto le sue riforme, intraprende, completamente a sue spese,
lunghi viaggi in Francia, Inghilterra, Baviera, Sassonia, Svizzera, Tirolo,
al fine di studiare armi, ordini, istituzioni delle milizie scelte dei vari
eserciti. Indagò minuziosamente sui vari armamenti in dotazione agli eserciti
stranieri; impiantò nella propria casa un’officina da meccanico e fabbro, e
con pericolose esperienze creò l’arma più adatta per il suo nuovo corpo; tale
arma doveva essere: leggera, maneggevole, fornita di un puntale aguzzo nel calcio,
come egli stesso scrisse «onde render facile lo scalar picchi, il saltar
fossi e crepe, lo scavalcar siepi e muretti», doveva inoltre essere a caricamento
rapido, di maggiore portata e precisione.
Nel 1831 formulò la «Proposizione per la formazione di truppe leggiere della
terza specie sotto la denominazione di Bersaglieri». Fra il primo concepimento
di tale progetto e la sua attuazione trascorse un periodo di cinque lunghi anni.
Intanto Alessandro continuò a servire come capitano nei Granatieri.
Nel
1835 il capitano La Marmora presentava al re Carlo Alberto la sua «Proposizione
per la formazione di una compagnia di Bersaglieri e modello di uno schioppo
per suo uso».
Ma solo nell’anno seguente, dopo la sistematica opposizione del ministro della
guerra Villamarina, si crearono le compagnie di fanteria dette di "bersaglieri",
destinate all’impiego di armi rigate.
A chi giunge primo nella corsa
dà uno scudo dalla sua borsa ed egli stesso, cacciatore e gran camminatore,
non esita dal mettersi in gara. Si disse che, subito dopo la costituzione del
corpo, il Re partisse per Genova in calesse. La 1a compagnia dopo
gli onori corre per scorciatoie sulle colline e si rischiera a Villanova D'asti
lasciandolo incredulo e convinto di trovarsi di fronte ad una seconda compagnia.
Il 30 gennaio 1836 la divisione di fanteria del ministero presentava al re una
relazione, nella quale erano esposte le norme generali secondo le quali sarebbe
stato possibile creare un corpo di Bersaglieri. Suo scopo doveva essere quello
di "compiere guerra minuta, avanguardia o esplorazione, fiancheggiamento,
infestare le comunicazioni e i convogli nemici, andare per siti montuosi alla
scoperta di facili piste anche sul confine". Si proponeva perciò che questi
Bersaglieri si muovessero rapidamente, esercitandosi in estate soprattutto nelle
marce forzate, andando per tali esercitazioni in siti montuosi e specialmente
lungo i confini dello Stato, affinché percorrendoli acquistassero conoscenza
del terreno e dei vari passi.
Il 18 giugno 1836, il re Carlo Alberto «institu[iva] nell’Armata un Corpo di
Bersaglieri». Dopo aver firmato l’atto di nascita del corpo, e nominato il maggiore
Alessandro Ferrero della Marmora comandante dei Bersaglieri, il 30 gennaio 1840
lo promosse luogotenente colonnello confermandolo comandante del corpo. Successivamente
il re gli donò la croce di Malta con una pensione di lire 1.500. Il 9 aprile
1844 il La Marmora fu promosso colonnello e il 6 febbraio 1845 fu insignito
di una commenda dell’ordine di San Giovanni in Gerusalemme da lire 2.000 annue.
Alessandro La Marmora guidò personalmente i suoi Bersaglieri al battesimo del
fuoco, l’8 aprile 1848 nella battaglia di Goito. Parte della seconda compagnia,
guidata dal La Marmora in persona, con un attacco alla baionetta impedì alle
truppe che presidiavano il ponte di ripiegare verso il grosso dell’esercito
nemico. Questi non riuscivano a porre alcuna resistenza all’impeto dell’attacco
dei Bersaglieri, si ritirarono velocemente coperti da alcuni pezzi posti sull’altra
sponda.
Durante la ritirata nemica Alessandro La Marmora venne colpito da una palla
che gli fiaccò la mascella inferiore e lo fece cadere da cavallo. Un ufficiale
austriaco vedendo il comandante piemontese ferito si scagliò su di lui al fine
di farlo prigioniero, ma Alessandro, nonostante la terribile ferita, con un
poderoso fendente di sciabola lo uccise. Curato dal dottor Lai, dovrà portare
un ferro per la guarigione.
Gli Austriaci furono sconfitti dall’incredibile audacia dei Bersaglieri e fuggirono
lasciando dietro di loro cannoni, feriti e prigionieri.
Alessandro La Marmora,
il 14 aprile 1848 venne decorato e obbligato al riposo. Scrisse le "Istruzioni
provvisorie per i Bersaglieri" ed un "Trattato di tiro ad uso dei
Volontari", visto poi che la guarigione procedeva con molta lentezza si
costruì una cornice di ferro, con cui tenere collegate le ossa infrante della
mandibola ed uno speciale strumento per tritare il cibo che non poteva masticare.
Il 27 luglio 1848 Alessandro Ferrero della Marmora comandante del corpo dei
Bersaglieri, venne nominato Maggiore Generale ed il 15 febbraio 1849 venne nominato
Ispettore del Corpo dei Bersaglieri, a Capo dello Stato Maggior Generale all’Armata
con l’annuo stipendio di Lire Settemila duecento».
Il 20 marzo 1849 il re ruppe
l’armistizio con l’Austria, una serie di tragici errori portò nel giro di tre
giorni l’esercito piemontese alla disfatta di Novara (23 marzo 1849).
Il padre dei Bersaglieri vedendo il ritirarsi delle truppe piemontesi, dinanzi
al nemico incalzante, quando seppe del prossimo attacco sulla città dell’avanguardia
austriaca, sebbene ferito ad una gamba, balzò in sella, oltrepassò il ponte
di "Porta Mortara" e fiero si mise in mezzo alla strada, fissando
minaccioso l’avvicinarsi delle truppe croate. Queste, reputando che dietro al
temerario generale piemontese fossero appostate considerevoli forze avversarie,
si fermarono facendo di conseguenza fermare tutta l’avanzata austriaca, in tal
modo Alessandro La Marmora, rischiando la propria vita, fece in modo che l’esercito
piemontese potesse ritirarsi con maggior ordine e calma.
Nel 1852 cadde da cavallo e fù
ricoverato a Genova dove incontrò la compagna della sua vita: Rosa Roccatagliata,
che sposò sabato 1° luglio 1854.
Tra l’estate e l’autunno del 1854 a Genova scoppiò un’epidemia di colera, Alessandro
si trasformò da uomo di guerra in uomo di pietà, visitava quasi ogni giorno
infermerie, ospedali e ammalati; la sua casa divenne il ricetto di qualsiasi
bisognoso. Durante questa epidemia oltre al soccorso che prestava agli indigenti,
studiò di persona le cause del tremendo contagio e le cure da somministrare,
a tal proposito scrisse anche un opuscolo dal titolo Cholera Morbus.
La sua eccezionale fibra però andava via via consumandosi, l’eccessivo e continuo
strapazzo a cui aveva sempre sottoposto il suo corpo gli stava esaurendo le
forze, e proprio nel momento in cui si sentiva più oppresso dalla fatica gli
veniva offerto dal fratello Alfonso il 22 marzo 1855 il comando della seconda
divisione del corpo di spedizione in Oriente, per la guerra di Crimea.
Il
16 gennaio 1855, il Piemonte entrava a far parte dell’alleanza antirussa, e
Cavour, nonostante l’opposizione di gran parte dell’opinione pubblica, decise
l’invio in Crimea, dove si erano concentrate le operazioni militari, di 15.000
soldati al comando del generale Alfonso La Marmora. Fra i tanti soldati inviati,
ci sono 5 battaglioni di bersaglieri, che dovettero subire la falcidia del colera.
" Alessandro La Marmora che nel frattempo aveva assunto il comando della
2a divisione, prima di partire, nel mese di marzo decise di condurre
la moglie a Torino, affinché facesse conoscenza dei suoi parenti e le fossero
d’appoggio qualora egli non avesse dovuto far ritorno.
Il 19 maggio il generale Alessandro La Marmora si imbarcava a Genova ed il 29
maggio sbarcava a Balaclava. "Mia cara Rosetta" così scriveva a casa
"siamo giunti a Balaclava. Vi sono alquanti ammalati, ma però senza importanza
fuorché qualche caso di colera nei siti bassi stante la cattiva aria di paludi
e di 2000 turchi lì sotterrati son persuaso che non farà strage il colera essendo
siti molto ventilati e purché non bere, stare coperti Attendo con impazienza
le tue lettere" concludeva La Marmora dalla Crimea. La posta
allora impiegava 15 giorni per arrivare e quelle risposte non le avrebbe mai
lette.
Proprio quando i suoi Bersaglieri
iniziavano a distinguersi per il loro valore, Alessandro, che da vari giorni
aveva la dissenteria, nascondendo il suo reale stato di salute, sette giorni
dopo l’arrivo nella terra di Crimea, venne colto dal colera. Dopo una breve
agonia, si spegneva improvvisamente nella notte tra il 6 e 7 giugno 1855.
Alessandro La Marmora, una fra le più spiccate figure del Risorgimento italiano,
uomo franco e leale, sprezzante degli onori, si spense a all’età 56 anni. Il
cadavere venne avvolto in una coperta da campo di lana e il giorno 8 giugno
1855 venne seppellito presso il quartier generale a Kadikoi.
Il corpo del generale Alessandro La Marmora rimase sepolto in Crimea per oltre
56 anni. La gloriosa salma giunse a Biella mercoledì 14 giugno 1911, scortata
da 46 ufficiali e preceduta da un Battaglione del 4° Rgt. Bersaglieri di Torino,
320 uomini circa. Tale battaglione rese gli onori alla salma al suo arrivo,
e gli fece la scorta d’onore per tutta la notte.
La cerimonia ufficiale avvenne il giorno successivo nel piazzale della stazione.
Alla salma resero gli onori anche due batterie di artiglieria che a quel tempo
stanziavano in Biella, ed i Carabinieri Reali a cavallo. L’atto solenne venne
annunciato da due sezioni di artiglieria che spararono 20 colpi di cannone.

La salma fu inumata nella Basilica rinascimentale di San Sebastiano, voluta
nel 1504 da Sebastiano Ferrero. Così il fiero soldato riposa nella sua città,
accanto al fratello Alfonso ed alla gente dei Ferrero della Marmora.
Il
monumento
Il monumento in onore del generale (a Torino, in via Cernaia), deliberato nel
1862, fu inaugurato nel 1867. Due bassorilievi alla base della statua ricordano
la battaglia di Goito dell'8 aprile 1848 e la spedizione in Crimea del 1855,
in cui il generale, poco dopo lo sbarco, morì ucciso dal colera.
cultura e storia locale - © 29 settembre 2003
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FERRERO DELLA MARMORA, illustre famiglia biellese. Palazzo La Marmora (Biella-Piazzo) fu la residenza cittadina dei marchesi Ferrero della Marmora, famiglia che occupa un posto di rilievo nella storia del Risorgimento.
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