CULTURA BIELLESE

I vantaggi della guerra, se ce n'è qualcuno, sono solo per i potenti della nazione vincente. Gli svantaggi ricadono tutti sulla povera gente.
Bertrand Russel

Per non dimenticare: I PARTIGIANI DI MOTTALCIATA
di Giorgio Gulmini

Un episodio avvenuto il 17 maggio del 1944 a Mottalciata: il tradimento ai danni di 20 partigiani (una pattuglia del Reparto "F.lli Bandiera" reduce da un sabotaggio sull'autostrada TORINO-MILANO) per opera di "amici fidati". Uccisi dalle forze della "Legione Tagliamento" della Guardia Nazionale Repubblicana, le vittime sono oggi ricordate con altrettante lapidi presso il cimitero del paese. Per ricordare quanto avvenuto riportiamo l'articolo pubblicato dal giornale "La Squilla Alpina" (1945). Leggendo questo articolo si deve tenere conto del particolare periodo storico in cui è stato scritto: certe frasi suonano eccessive oggi ma ci aiutano a calarci meglio in quello che era il clima dell'epoca.

 

Da Castelletto dove i venti partigiani s'erano accampati alla meglio per quella notte, il Rivardo partì di nascosto e si diresse nella notte verso Castellengo. Lì aveva fissato in anticipo un convegno con tre repubblicani: C'erano due noti pregiudicati , il Busca e lo Spando, sanguinari esecutori degli ordini della milizia ed il famigerato Savoi, abitante a Cossato e conosciuto sia al Rivardo, che negli ambienti fascisti di Vercelli. Che cosa offrirono i criminali al Rivardo perché commettesse l'iniquo mercato? Erano già d'accordo i quattro cui l'oggetto del loro convegno, oppure si trattò di una macchinazione ordita sul posto, data la favorevole occasione di poter cogliere i giovani indifesi ed alla sprovvista? Si rese veramente conto il traditore di che cosa significasse consegnare quegli innocenti nelle mani dei maggiori fascisti? Sta di fatto che l'infamia fu perpetrata e, mentre il Savoi correva a Vercelli, il traditore tornò rapidamente a Castelletto, ed i due scherani si portarono nella vicina Mottalciata in attesa di ordini più precisi. I termini del tranello erano stati concordati con cura. Il Rivardo doveva continuare ad accompagnare la pattuglia partigiana, informando del luogo della loro prossima tappa una donna, tale Gianna Caruzzo, sua amante. Costei avrebbe provvisto a telefonare, per conferma, la cosa a Vercelli e da lì sarebbero mosse le forze fasciste per chiudere la trappola infernale. Il Savoi infatti giunto a Vercelli, si mise subito in contatto col comandante della milizia fascista, Zuccari, che dispose perché fosse preparato quanto necessario alla spedizione del giorno dopo. All'indomani che fu il 16 Maggio '44 le vittime si avviarono sul far della sera verso sud e, sempre guidate dal Rivardo, che non sospettavano per nulla, sostarono al vicino paese di Mottalciata. Si decise di rimanere nei pressi per quella notte ed il Rivardo corse subito dalla sua amante, la Caruzzo, impiegata al Comune di Castelletto. Essa provvide a fare la convenuta telefonata a Vercelli, segnalando l'arrivo dei giovani e la loro esatta ubicazione. Il Rivardo, tornato col gruppo, convinse i ragazzi a passare il resto della notte in una cascina nei pressi, che egli diceva sicura ed adatta allo scopo. Il vicario di S. Maria aveva offerto al gruppetto del vino ed il traditore riuscì ad introdurre nei fiaschi del narcotico, che avrebbe impedito ai giovani di opporre una qualunque difesa alle forze preponderanti degli assalitori e che, comunque, avrebbe resa più facile (la "repubblica" non mancava di viltà) la sorpresa. Egli poi li guidò alla cascina designata, che era la cascina Mandovà e Caprera, subito sopra al paese e quando furono accampati alla meglio, brindò con essi, li fece bere abbondantemente. Il farmaco, fornito dal veterinario di Masserano, non tardò a far sentire i suoi effetti ed i ragazzi, ignari di ciò che li attendeva, si appisolarono tranquillamente, lasciando solo pochi elementi di guardia. Intanto ben 15 uomini si preparavano a Vercelli per attaccarli. I briganti neri partirono sul far dell'alba, armati di tutto punto ed al mattino già avevano circondato la cascina, ove i venti partigiani giacevano, ignari del loro destino eroico, ma tragico ed inesorabile. L'opera infame del Giuda stava per compiersi. Erano le ore quattro, del 17 maggio. I partigiani, rimasti di guardia, videro il nemico avanzare e tentarono di reagire con le armi alle forze preponderanti dei fascisti, ma furono subito feriti e messi fuori combattimento. I banditi fattisi più vicini, li uccisero e lasciarono uno di essi, Bruno Vittorello, nella cascina, dove fu trovato bruciato completamente. I cadaveri degli altri due, il Morecchio ed il Sereno, furono trovati fuori della cascina, non discosti dal luogo del loro sacrificio. I fascisti poterono così entrare nella cascina, dove trovarono gli altri 17 ragazzi che sorpresi nel sonno, non poterono reagire e furono catturati immediatamente. Depredato delle scarpe dai banditi in divisa , furono legati con delle funi e poi, tra spinte e colpi misti agli insulti, vennero trascinati al cimitero del paese vicino. Niente interrogatori, né una parvenza qualunque di processo. Nulla giustificava la loro uccisione e catturati come nemici, dovevano essere trattati come tali, considerandoli cioè prigionieri di guerra. Ma le leggi internazionali e le regole della più elementare umanità non andavano d'accordo con la mentalità degli assassini fascisti. Essi nella della legge avevano al più in conoscenza, che ne può avere, che ne ha intravisto solo qualche lato come accusato. Furono quindi allineati i poveri giovani patrioti contro il muricciolo del cimitero di S. Vincenzo e fucilati alla chetichella. Fu il centurione Beppino Ragunesi a comandare il fuoco su quegli innocenti. I garibaldini caddero tutti col grido della loro fede sulle labbra: Viva l'Italia!
Il loro martorio lasciò profonda traccia nella popolazione del Biellese che nei paesi e nella città onorò i caduti e ne rivendicò gli ideali in più occasioni. Parecchi scioperi ebbero origine dall'indignazione provocata dal turpe delitto fascista e dal modo inumano con cui era stato commesso. A liberazione avvenuta i principali colpevoli dell'esecuzione feroce e del tradimento inaudito, il Savoi ed il Rivardo, furono raggiunti dalla giustizia del popolo. In ciò ci si basò anche sulle chiare prove offerte dai documenti rinvenuti nella sede della guardia repubblicana di Vercelli. Il polo di Mottalciata e dintorni venera ed onora con costante omaggio di fiori il luogo del martirio. Noi tutti ricordiamo oggi con fierezza e con affettuosa ammirazione le giovani vittime della lotta per la libertà e promettiamo che il loro insegnamento non andrà perduto.
R. Sandretti.

 



Un grazie a A.N.P.I. di Cossato e al sig. Panozzo Elio

 


26 giugno 2010

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