Cibo "meritato"

Merende nei prati riprese dagli occhi di Monet e di uno sconosciuto fotografo biellese

di Mina Novello

C.Monet: "La colazione sull'erba"

Nel 1865 un giovanissimo Claude Monet (ha solo 25 anni) intraprende la famosa composizione che è allo stesso tempo un omaggio e una sfida al maestro Manet. L'opera, conservata al Museo d'Orsay a Parigi, è grandissima sia in senso figurato che letterale: il frammento rimasto che misura 248x217cm era in origine la parte centrale di una tela lunga 6 metri. Non è certo l'unico quadro che abbia come soggetto uno spuntino nel prato (lo stesso Monet ne dipinse altre versioni) ma è sicuramente uno dei più noti, insieme con quello dell'omonimo quadro di Manet, presentato due anni prima al Salone dei Rifiutati con grande impatto scandalistico, dove una donna nuda mangia con uomini completamente vestiti. Qui i personaggi sono tutti abbigliati con eleganza, la tovaglia bianca e luminosa è centrale al dipinto, ben stesa nella radura e non relegata in un disordinato abbandono insieme con i cibi della colazione, come nel quadro di Manet. [...] La maestosità della composizione può far dimenticare che il soggetto del quadro è null'altro che un raffinato - per i cibi e per gli abiti - pic-nic nei prati. Un'occasione del tutto diversa ha riunito il gruppo ripreso intorno ad un a tovaglia imbandita nella fotografia formato cartolina scattata nei dintorni di Biella il 29 giugno 1910: camicie da lavoro, piedi nudi, pantaloni sformati fanno pensare ad operai impegnati in qualche faticosa attività durante una pausa, a cui partecipano anche personaggi di diverso censo sociale (tecnici?) in gilet, cravatta e orologio da taschino.



L'insieme esprime bene il significato etimologico della parola merenda quale cibo "meritato" con il lavoro (dal latino "merere" cioè meritare: il pasto degli schiavi che con il lavoro avevano meritato di essere nutriti) (1). Ciò che verrà consumato è messo subito in chiaro dalla dicitura "Polenta e pesci": dal paiolo la polenta è già stata rovesciata sulla tovaglia in attesa di essere tagliata con il refe, i pesci sono pronti nella terrina, i piatti giacciono in disordine accanto ai cibi. Al centro troneggiano, avvolti nell'intreccio di salice, due rassicuranti bottiglioni di vino rosso (dupiliter cioè doppiolitro), già intaccati per il brindisi che viene inimortalato nella foto. Quali pesci compongono la pietanza del Pasto? Trote al burro? Carpe o tinche in umido? Scaiun o riuplan fricasà? O piuttosto sarache rustìe o marlùs cun bagna? Non possiamo saperlo. Il pesce - anche quello fritto nel burro o nell'olio - si mangiava con la polenta, ma di solito non era cibo da consumarsi durante le merende nei prati. Si può ragionevolmente ipotizzare che in questa occasione, secondo una abitudine piuttosto diffusa, qualche moglie, madre o sorella abbia portato il pasto caldo sul luogo di lavoro per evitare ai lavoranti il percorso a piedi verso casa che avrebbe rubato loro tempo ed energia. Era ad esempio prassi comune e consolidata, in molte zone del Biellese e del vicino Canavese che qualche congiunto o vicino di casa andasse a rifocillare d'inverno le donne che si erano recate a lavare i panni al fiume o al lago, con un piccolo spuntino caldo, di solito una torta salata di zucca, latte e farina gialla, che il panettiere aveva tenuto a lungo nel forno perché si asciugasse senza colorire troppo: la merenda rinfrancava riscaldava e permetteva una breve pausa sul lavoro. D'estate invece a chi falciava l'erba e raccoglieva il fieno veniva portata l'arsùmà, corroborante bevanda di uovo fresco ben battuto con zucchero e vino, fluido energetico in cui immergere consistenti bocconi di pane. Queste erano le "vere" merende ancorché meno festose e meno note di quella rimasta la merenda per antonomasia, il merendone di Pasquetta. Intere famiglie si spostavano per raggiungere mete tradizionali: i prati di Oropa, la piana di Noveis, i declivi di SantEurosia... Quale che fosse la destinazione nelle sporte si accatastavano con cura più o meno gli stessi "beni di conforto": un bottiglione di vino rosso, quajette, bistecche panà, capunet, salam d'l'ula, an cugn ad tuma... più di ogni altra cosa non doveva mancare la frittata, spessa, ricca di ingredienti ed abbondante. Alle uova si aggiungevano infatti erbe dei prati o profumi dell'orto, cipollotti o porri, primule gialle tritate (frità cun i galet la chiamavano a Pratrivero) o asparagi selvatici, ma particolarmente si cucinava la frità rugnusa sbriciolando nelle ouva qualche fetta di salame [...]


Può essere interessante ricordare che nel Mortigliengo la Pasquetta ora festeggiata dai ragazzini che "che si riunivano a fare un mererdone con una grande frittata di uova e rane. Ciascuno portava un paio di uova e una fettina di burro: le rane erano andate a pescarle nei fossi e le avevano tenute vive in un mastello d'acqua fino a quel giorno" (2). In tutti i casi le merende nei prati hanno rappresentato occasioni di spensierata, allegra convivialità: forse per questo ad un amico avvilito e taciturno si domanda "Cudì, j an rubate la merenda?"

Note

  • (1) Léo Moulin, L'Europa a tavola, Mondadori 1993.
  • (2) G. Garlanda, Come si viveva nel mio verde Biellese all'inizio del secolo, Ed. T.E.C.A. 1968.

 

 

articolo pubblicato su RIVISTA BIELLESE - Anno 4 numero 2 - Aprile 2000 - Periodico trimestrale

su www.biellaclub.it per gentile concessione dell'autore e dell'editore