estratto da Rivista Biellese periodico trimestrale - Gennaio 2000

estratto da un articolo di Pier Paolo Benedetto che tratta sull'importanza di Agostino Fecia nella pedagogia piemontese

 

Imparare l'italiano in Piemonte

 

E' costata non poca fatica l'introduzione della lingua italiana parlata e scritta. Specialmente in Piemonte dove le resistenze venivano dalla dimestichezza con il francese e con l'uso dialettale duro a morire, soprattutto nella conversazione, anche tra persone di rango. E che tanta secolare fatica oggi venga mortificata dai frequentatori televisivi, e sempre più sovente dai cronisti dei giornali stampati ed anche dagli autori romanzieri, fa crescere il magone...

Antica e infuocata polemica quella sui meriti e la necessità d'uso della lingua unica una sola lingua come passaporto unificatore delle genti tra Alpi e Sicilia, in particolare a ridosso della unificazione politica di un Paese nato e cresciuto con le stigmate della frammentazione, prima di chiamarsi Italia come noi l'intendiamo.

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L'italiano nelle riforme del 1729 non esiste ancora come disciplina scolastica autonoma (la lingua corrente è il francese), ma introducendo la grammatica latina scritta in italiano si finisce per ufficializzare la lingua toscana a livello scolastico. Negli anni successivi lo studio dell'italiano diventa obbligatorio ma circoscritto alla scuola di élite: un ora la settimana, il sabato. Sul finire del secolo il problema della "italianizzazione" subisce un moto accelerato e si allarga a macchia d'olio. Si discute di tutto, la divulgazione della lingua italiana viene estesa anche al ceto femminile, vittima di un'educazione eccessivamente francesizzante, e Gaspare Morando, scolopio ligure trasferitosi a Torino, pubblica "La damigella istruita". Con Galeani Napione si entra nel vivo di una questione che angustia i linguisti del tempo a cavallo tra Sette e Ottocento: è urgente capire quali devono essere le forme corrette della divulgazione parlata e scritta della lingua italiana, quindi il dibattito tra puristi, 'cruscanti" e possibilisti diventa una vera e propria battaglia a colpi di trattati, libelli, saggi. Il punto cruciale è se si devono seguire e fino a che punto i dettami dittatoriali della Crusca, i fiorentini eccessivi, oppure no. Di pari passo si pubblicano le prime grammatiche, i libri destinati agli alunni delle scuole non solo superiori, i trattatelli o gli "ajutarelli" che devono facilitare il passaggio dal diffuso dialettismo alla nuova lingua.

Questa premessa è necessaria per introdurre un personaggio biellese che ha un ruolo non marginale nel lungo e travagliato approccio alla lingua italiana: Agostino Fecia (1803-1876), abate, insegnante, autore, fondatore di giornali e di scuole. Insomma un personaggio e un apostolo dell'insegnamento dell'italiano. Un personaggio di cui tuttavia si sa poco nonostante compaia citato nei vari dizionari di pedagogia. Non risulta, almeno dall'elenco sfogliato nella biblioteca civica di Biella, che qualche giovane biellese gli abbia dedicato una tesi di laurea, mentre il Fecia la meriterebbe e meriterebbe qualcosa in più dei pochi frammenti consultabili. Basta pensare che le sue numerose opere, per esempio, sono catalogate nella magnifica biblioteca torinese dell'Accademia delle Scienze. ... Con la pubblicazione de "Il metodo pratico e progressivo per l'insegnamento della lingua italiana, applicabile ad altre lingue. Con proposta di una Poliantea universale figurata, di Agostino Fecia da Biella", il nostro abate entra nel circolo ristretto di quanti all'epoca si occupano di insegnamento scolastico e anche sperimentano modelli didattici, propongono grammatiche, libri di buone letture (piccole antologie di brani a sfondo letterario e moralistico), affinano cioè gli strumenti destinati all'istruzione, si badi bene, popolare, allargata anche - non sembri strano - alle donne.

Il Metodo è un gran libro sotto ogni punto di vista. Pubblicato nel 1839 presso Ignazio Fecia Libraio-Editore" in Biella (anche l'editore meriterebbe di essere meglio conosciuto), il libro è rivolto all'insegnamento della lingua italiana attraverso l'uso di tavole descrittive. Il volume è infatti corredato da numerosissime illustrazioni litografate e disegnate da Giovanni Gallo, altro biellese. La qualità del disegno è modesta ma di sicuro fascino e di immediato effetto: lo scopo è di attirare l'attenzione dell'alunno e quindi di destarne la curiosità. Le tavole rappresentano un soggetto (piante, uccelli, arredi, corpo umano, mestieri...) con accanto il termine italiano. Evidente il ricordo lungo della Encyclopédie di Diderot e D'Alambert, una specie di moderno 'Melzi" illustrato ma con qualcosa in più perché l'abbinamento figura/parola deve portare poco alla volta a comporre, altrettanto correttamente, una frase e quindi avvicinare l'uso della lingua italiana. A scorrere le varie "voci" indicate dal Fecia se ne ricava un paio di riflessioni. La prima è che l'autore possiede una vasta cultura linguistica in senso cruschiano, persino eccessiva nella rifinitura toscaneggiante. La seconda: che gli scolari, per i quali il dialetto d'origine è la lingua d'uso famigliare, trovano faticoso l'approccio con parole e aggettivi che alle loro orecchie non possono che suonare "stranieri", quindi a dir poco ostici. Qualche esempio per capire. Non so quanto gli alunni del Fecia, o quanto noi, pur abituati alla lingua italiana, hanno usato il verbo risquittire che significa 'rinnestare le penne agli uccelli di rapina, quando essi le hanno rotte", oppure sagginare che sta per "ingrassare ben bene le bestie". È vero che l'andare a cavallo non è più quotidiana abitudine, ma sbardellare per 'cavalcare i puledri con il bardellone" doveva apparire strano anche al cavaliere del tempo. E ve lo immaginate uno che dice al figlio: "Attacca il secchio all'erro"?... così via per centinaia e centinaia di parole corrette ma sicuramente mai usate...