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E'
costata non poca fatica l'introduzione della lingua italiana parlata
e scritta. Specialmente in Piemonte dove le resistenze venivano
dalla dimestichezza con il francese e con l'uso dialettale duro
a morire, soprattutto nella conversazione, anche tra persone di
rango. E che tanta secolare fatica oggi venga mortificata dai frequentatori
televisivi, e sempre più sovente dai cronisti dei giornali stampati
ed anche dagli autori romanzieri, fa crescere il magone...
Antica
e infuocata polemica quella sui meriti e la necessità d'uso della
lingua unica una sola lingua come passaporto unificatore delle genti
tra Alpi e Sicilia, in particolare a ridosso della unificazione
politica di un Paese nato e cresciuto con le stigmate della frammentazione,
prima di chiamarsi Italia come noi l'intendiamo.
...
L'italiano
nelle riforme del 1729 non esiste ancora come disciplina scolastica
autonoma (la lingua corrente è il francese), ma introducendo la
grammatica latina scritta in italiano si finisce per ufficializzare
la lingua toscana a livello scolastico. Negli anni successivi lo
studio dell'italiano diventa obbligatorio ma circoscritto alla scuola
di élite: un ora la settimana, il sabato. Sul finire del secolo
il problema della "italianizzazione" subisce un moto accelerato
e si allarga a macchia d'olio. Si discute di tutto, la divulgazione
della lingua italiana viene estesa anche al ceto femminile, vittima
di un'educazione eccessivamente francesizzante, e Gaspare Morando,
scolopio ligure trasferitosi a Torino, pubblica "La damigella
istruita". Con Galeani Napione si entra nel vivo di una questione
che angustia i linguisti del tempo a cavallo tra Sette e Ottocento:
è urgente capire quali devono essere le forme corrette della divulgazione
parlata e scritta della lingua italiana, quindi il dibattito tra
puristi, 'cruscanti" e possibilisti diventa una vera e propria battaglia
a colpi di trattati, libelli, saggi. Il punto cruciale è se si devono
seguire e fino a che punto i dettami dittatoriali della Crusca,
i fiorentini eccessivi, oppure no. Di pari passo si pubblicano le
prime grammatiche, i libri destinati agli alunni delle scuole non
solo superiori, i trattatelli o gli "ajutarelli" che devono
facilitare il passaggio dal diffuso dialettismo alla nuova lingua.
Questa
premessa è necessaria per introdurre un personaggio biellese che
ha un ruolo non marginale nel lungo e travagliato approccio alla
lingua italiana: Agostino Fecia (1803-1876), abate, insegnante,
autore, fondatore di giornali e di scuole. Insomma un personaggio
e un apostolo dell'insegnamento dell'italiano. Un personaggio di
cui tuttavia si sa poco nonostante compaia citato nei vari dizionari
di pedagogia. Non risulta, almeno dall'elenco sfogliato nella biblioteca
civica di Biella, che qualche giovane biellese gli abbia dedicato
una tesi di laurea, mentre il Fecia la meriterebbe e meriterebbe
qualcosa in più dei pochi frammenti consultabili. Basta pensare
che le sue numerose opere, per esempio, sono catalogate nella magnifica
biblioteca torinese dell'Accademia delle Scienze. ... Con la pubblicazione
de "Il metodo pratico e progressivo per l'insegnamento della
lingua italiana, applicabile ad altre lingue. Con proposta di una
Poliantea universale figurata, di Agostino Fecia da Biella",
il nostro abate entra nel circolo ristretto di quanti all'epoca
si occupano di insegnamento scolastico e anche sperimentano modelli
didattici, propongono grammatiche, libri di buone letture (piccole
antologie di brani a sfondo letterario e moralistico), affinano
cioè gli strumenti destinati all'istruzione, si badi bene, popolare,
allargata anche - non sembri strano - alle donne.
Il
Metodo è un gran libro sotto ogni punto di vista. Pubblicato
nel 1839 presso Ignazio Fecia Libraio-Editore" in Biella (anche
l'editore meriterebbe di essere meglio conosciuto), il libro è rivolto
all'insegnamento della lingua italiana attraverso l'uso di tavole
descrittive. Il volume è infatti corredato da numerosissime illustrazioni
litografate e disegnate da Giovanni Gallo, altro biellese. La qualità
del disegno è modesta ma di sicuro fascino e di immediato effetto:
lo scopo è di attirare l'attenzione dell'alunno e quindi di destarne
la curiosità. Le tavole rappresentano un soggetto (piante, uccelli,
arredi, corpo umano, mestieri...) con accanto il termine italiano.
Evidente il ricordo lungo della Encyclopédie di Diderot e D'Alambert,
una specie di moderno 'Melzi" illustrato ma con qualcosa in più
perché l'abbinamento figura/parola deve portare poco alla volta
a comporre, altrettanto correttamente, una frase e quindi avvicinare
l'uso della lingua italiana. A scorrere le varie "voci" indicate
dal Fecia se ne ricava un paio di riflessioni. La prima è che l'autore
possiede una vasta cultura linguistica in senso cruschiano, persino
eccessiva nella rifinitura toscaneggiante. La seconda: che gli scolari,
per i quali il dialetto d'origine è la lingua d'uso famigliare,
trovano faticoso l'approccio con parole e aggettivi che alle loro
orecchie non possono che suonare "stranieri", quindi a dir poco
ostici. Qualche esempio per capire. Non so quanto gli alunni del
Fecia, o quanto noi, pur abituati alla lingua italiana, hanno usato
il verbo risquittire che significa 'rinnestare le penne agli uccelli
di rapina, quando essi le hanno rotte", oppure sagginare che sta
per "ingrassare ben bene le bestie". È vero che l'andare a cavallo
non è più quotidiana abitudine, ma sbardellare per 'cavalcare i
puledri con il bardellone" doveva apparire strano anche al cavaliere
del tempo. E ve lo immaginate uno che dice al figlio: "Attacca
il secchio all'erro"?... così via per centinaia e centinaia
di parole corrette ma sicuramente mai usate...
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